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sabato 7 febbraio 2015

Tra il bene e il male tu cosa sceglieresti?


Sembrerebbe una domanda retorica, e scommetto che tutti si affretterebbero convinti a rispondere: il bene. In realtà, il vero valore per gli esseri umani è l'equilibrio tra i due, lo sanno bene i cultori delle filosofie orientali. Avete mai sentito la frase che il male non si sconfigge con altro male ma facendo il bene, o piu' precisamente, con una dose superiore di bene? Lo hanno affermato dottori della Chiesa come San Paolo nel Vangelo, Sant'Agostino, ma anche Giovanni Paolo Secondo o lo stesso Gesù, che in primis lo ha testimoniato con il grande esempio di santità che è stato la sua vita. A volte è Dio stesso ad avvalersi di Satana per scuotere, mettere alla prova l'uomo, come passo essenziale per realizzare il suo fine ultimo di bene, come testimoniato ad esempio dall'episodio biblico delle terribili prove a cui viene sottoposto Giobbe. A volte sotto una bella facciata di bene si nasconde il male, o meglio la lotta quotidiana, interiore contro di esso. Proprio per questo a volte cerchiamo di mostrarci al mondo altamente magnanimi e generosi, per nascondere il male, la rabbia, l'egoismo, l'insensibilità che portiamo dentro. E avviene anche il contrario, ovvero che dietro una facciata di malvagità e barbarità si nasconda in realtà un animo gentile. Dobbiamo essere accorti quindi, vedere oltre le apparenze, andare in profondità prima di giudicare. Il rendersi conto della presenza di un buon equilibrio nell'altro è già un punto di partenza per valutarlo positivamente. Avete presente quelle persone che improvvisamente uccidono il partner o un familiare e tutti quanti a dire che non se lo sarebbero mai aspettato, che sembravano delle bravissime persone, sempre cortesi e sorridenti con tutti? Ecco, questo è il classico caso di lotta nascosta, interiore tra bene e male che avviene dentro ognuno di noi, senza che di solito ce ne accorgiamo...Amettiamolo quindi, non esistono santi assoluti o buoni assoluti, ma solo esempi saltuari di bontà...Come non esistono malvagi assoluti, ma solo persone non in equilibrio...Insomma, siamo tutti Dottor Jeckill e Mister Hide al medesimo tempo, tutti quanti!  

giovedì 1 gennaio 2015

I veri cristiani sono persone sensibili...

I veri cristiani sono persone sensibili che sentono di dover difendere la vita, sotto ogni forma questa si manifesti (anche animale, quindi), poichè ogni essere vivente è frutto ed essenza incarnata dell'amore di Dio...

Una persona troppo sensibile fa molta fatica a vivere in questo mondo spietato, a meno che non si chiuda e rifugi in una specie di nicchia, nell'arte ad esempio, o nella religiosità. Persino per un etereo angelo pleiadiano la vita non sarebbe facile su questa terra. L'unica cosa che sorregge gli animi sensibili è l'immensa FORZA DELL'AMORE. "Date a Cesare quel che è di Cesare - diceva Gesu' - e a Dio quel che è di Dio". Potremmo sostituire la parola Cesare con la parola Satana e sarebbe la stessa cosa. Ovviamente ai suoi tempi Gesu' non avrebbe potuto dire pubblicamente che Cesare impersonava Satana, lo avrebbero imprigionato o ucciso all'istante. Ma la dicotomia del mondo in cui viviamo è proprio questa, l'eterna lotta tra il bene e il male che si coniuga nel conflitto ontologico insanabile tra chi è di Dio e chi è del mondo.

Anche per questo motivo, alla parola prete o sacerdote preferisco la parola "pastore", perchè esprime piu' chiaramente ed intuitivamente chi sono i veri cristiani: delle pecore in un mondo di lupi, le quali hanno bisogno di una guida che le tenga unite, affinchè non siano sbranate e divorate. Questa guida è la chiesa, e non mi riferisco solo alla chiesa cattolica, ma a qualsiasi tipo di chiesa o comunità religiosa che faccia quadrato attorno ad alcuni principi morali basilari, che hanno a che fare principlamente con l'amore.


sabato 23 agosto 2014

Chiedi e ti sarà dato - Cosa significa quando chiedi una cosa e ottieni il suo contrario?

Il seguente testo è tratto da Sant'Agostino, DISCORSO 20/B SUL RESPONSORIO DEL SALMO: DACCI L'AIUTO NELLA TRIBOLAZIONE E VANA LA SALVEZZA CHE VIENE DALL'UOMO.

[...]
Importante soprattutto è il fine per cui si prega.

3. Dio ci esaudisce sempre, fratelli carissimi. Ricordatevelo bene, per chiedere con sicurezza. Dio ci esaudisce anche quando non concede quello che chiediamo. Dio ci esaudisce, e, se noi senza avvedercene gli andiamo a chiedere un qualcosa, mettiamo, di inutile, egli ci esaudisce proprio col non darcelo; e se a qualcuno che merita il castigo Dio dà [quanto quel tale chiede], io direi che non lo esaudisce. Intendiamo dire questo: A volte un fedele ricorre a Dio per domandare cose per le quali secondo la vera pietà si è soliti implorare il Signore; eppure egli non riceve quello che precisamente chiede, anche se ottiene ciò per cui prega. Capita, al contrario, che a volte l'empio, il malvagio o il delinquente, chiede qualcosa e la ottiene, lui che avrebbe meritato la condanna, non l'esaudimento. Abbiamo al riguardo il caso emblematico dell'apostolo Paolo. Egli chiede ma non gli viene dato [quanto chiede]; gli si fa vedere però che gli viene dato ciò che desiderava conseguire con la sua preghiera. In realtà, qualunque cosa chieda il cristiano, l'uomo di fede, la deve chiedere per raggiungere il Regno dei cieli, per conseguire la vita eterna, per ottenere quello che Dio ha promesso e che darà alla fine dei tempi. È questo quanto deve chiedere colui che prega per qualcosa di valido: la completa salute che possederemo dopo la resurrezione del corpo. Infatti la salute sarà completa quando la morte sarà stata ingoiata nella vittoria 10. Siccome dunque abbiamo menzionato la salute e la salvezza eterna, che è il fine di ogni preghiera anche quando si chiede qualcosa di temporale, ci sia lecito prendere l'esempio dal comportamento quotidiano del nostro medico [di famiglia].

Il buon medico cerca il vero bene del malato.

4. Ecco dunque un malato che chiede al medico una cosa che gli dà gusto per un po' di tempo. Naturalmente, egli aveva chiamato il medico per ricuperare la salute. Non c'era infatti altro motivo per chiamare il medico se non quello di ottenere la salute. E pertanto, se al malato piacciono, ad esempio, le frutta, se gli piacciono i gelati, egli preferisce chiederli al medico anziché al proprio servo. Solo nel caso che volesse rovinarsi la salute, potrebbe nascondere la cosa la medico e chiederla al servo; e il servo starebbe agli ordini del padrone, obbedendo al cenno di chi gli comanda più che badando a quanto può giovargli per la salute. Ma il malato che ha saggezza e ama e ricerca la propria salute, anche quando si tratta di cose che gli procurano un piacere momentaneo, preferisce ricorrere al medico, perché, nell'ipotesi che il medico gliele sconsigli, non abbia a prenderle di proprio arbitrio ma affidandosi a lui, e così ottenere la guarigione. Vi accorgete pertanto che il medico, anche quando non dà al malato un qualcosa che chiede, non gliela dà per dargli qualcos'altro : non gli concede quanto richiesto dalla voglia smodata per concedergli la salute, che è la cosa a lui veramente utile. Quando dunque il medico non dà qualcosa al malato, in effetti gliela dà dandogli quel bene per cui gli si sarebbe dovuto somministrare quell'altra cosa, dandogli cioè la salute. Ecco dunque un medico che non dando qualcosa al malato in ultima analisi gliela dà. Se viceversa cedendo alle importune insistenze dello stesso malato egli si decidesse a dargliela, in realtà non gliela darebbe. Solo quando si dispera della salute di un malato gli si dà tutto quello che chiede. Insomma a volte il medico somministra al malato una cosa affinché, stimolato dall'acuirsi del dolore, metta giudizio e impari a dare ascolto al medico; altre volte invece, quando il caso è disperato, ecco che si sentono dire dai medici parole come queste: " Dategli pure tutto ciò che chiede, tanto non c'è più alcuna speranza per lui". Quanto a noi, dunque, vediamo di trovare nelle Scritture esempi per questi tre tipi di persone che ricorrono a Dio nella preghiera.


[...]
Dio mette l’uomo alla prova per purificarlo.

6. Vediamo ora se non càpiti che gli uomini ottengano qualcosa come richiamo, cioè perché, incontrando nelle cose richieste amarezza e afflizione, si volgano una buona volta alla [vera] medicina, dal momento che sono dei malati. A questo proposito diceva il Signore: Non hanno bisogno del medico i sani ma i malati 15. Egli dunque venne dai malati e trovò gli uomini in balia delle loro passioni disordinate. Per sottoporli a severa prova Dio, dice l'Apostolo, li abbandonò alle passioni disordinate del loro cuore affinché compissero azioni indecorose 16. Desiderarono cose sconvenienti e fu loro concesso di poterle compiere. Così facendo, si procurarono dolori più gravi, si procurarono le angustie che inesorabilmente debbono patire tutti i peccatori, tutti i malvagi: il timore, il desiderio, l'errore, il dolore, l'avvilimento, la preoccupazione. Niente tranquillità, niente pace, niente amici. Per un po' di tempo s'acquietano nella propria coscienza, cercando all'esterno un qualche consolatore, mentre all'interno hanno in se stessi il torturatore. È secondo giustizia che gli iniqui debbano soffrire, ma, mentre soffrono, ecco che vivono. Dio concede loro quelle amarezze affinché ricerchino la medicina: affinché cioè esperimentando le amarezze e le pastoie delle loro cupidigie, essi imparino a chiedere ciò che si deve. A loro infatti è detto: Non sai forse che la pazienza di Dio ti spinge al ravvedimento? 17 Dio li abbandonava ai cattivi desideri del loro cuore ed essi facevano quel che loro piaceva 18; ma Egli usava pazienza con loro non togliendoli da questa vita, durante la quale c'è sempre la possibilità di pentirsi 19; anzi di continuo li invitava al ravvedimento. È quanto sta facendo anche al presente, e fino al giorno del giudizio finale mai cesserà di comportarsi in questa maniera con il genere umano.


Il diavolo ha facoltà di provare l’uomo giusto.

7. Poniamoci ora alla ricerca di qualcuno a cui Dio concede [quanto richiede] perché la sua sorte è ormai disperata. Consultiamo anche su questo le Scritture. Chi più del diavolo è escluso da ogni speranza? Eppure egli chiede di poter tentare Giobbe, e non gli viene negato 20. Grandi misteri! Cosa davvero straordinaria, che merita la più attenta considerazione. Un apostolo chiede che gli venga tolto il pungiglione conficcato nella carne, e non gli viene concesso; il diavolo chiede di poter tentare un uomo giusto, e gli viene concesso 21. Tuttavia la concessione fatta al diavolo di tentare il giusto non arrecò né danno al giusto né vantaggio al diavolo: il giusto fu temprato dalla prova, il diavolo ne uscì scornato.

Il giusto è provato per un fine di salvezza.

8. Tenete bene in mente, fratelli, quanto con frequenza abbiamo ripetuto alla vostra santità, affinché non succeda che le preoccupazioni della vita presente vi tolgano dal cuore quello che avete udito. Dio permette che i giusti siano tentati per provarne la virtù, ovvero, se li sottopone ai flagelli, è perché li vuol purificare dai residui del peccato. Ad ogni modo, se li esaudisce intendendo flagellare i loro peccati, chi trae vantaggio [dalla prova] è l'uomo stesso [che viene provato]; se invece li esaudisce perché diventino testimoni palesi quelli che prima non lo erano, l'essere esauditi giova a chi viene a conoscere [la loro virtù], in quanto è stimolato ad imitarli. Dio infatti conosce bene i suoi servi, ma tante volte essi sono sconosciuti ai propri simili, e non possono manifestarsi agli altri se non sopraggiunge una qualche prova. Succede anche, a volte, che nemmeno l'uomo conosca appieno se stesso o che non si renda conto affatto delle sue capacità. Ecco uno che crede di avere molte risorse e deve constatare che invece tante cose ancora non sono in suo potere; un altro invece è sfiduciato e suppone che non sia in grado di sopportare non so quale cosa, invece al momento della prova si accorge che ne è capace. Così opera Dio perché l'uomo quando si inorgoglisce smodatamente, sia abbassato e si mantenga nell'umiltà, e quando abbattuto gli sembra di crollare, venga sollevato e non cada nella disperazione.

Il grande dono della salute eterna passa attraverso la tribolazione.

9. Nel salmo che stavamo cantando dobbiamo dunque comprendere che molti chiedono la salute, ma quel che chiedono non reca loro giovamento. Ecco infatti uno che è sano ma della salute abusa per commettere peccati Sarebbe stato meglio per lui essere malato e starsene in pace anziché guarire per darsi all'irrequietezza. A volte capita anche che chi è colpito da tribolazione perché gli succedono cose indesiderate, si converta a Dio. Eccolo infatti diventato più prudente, più casto, più moderato, più umile. Egli ha buoni motivi per cantare: Dacci l'aiuto nella tribolazione e vana è la salvezza che viene dall'uomo 22. Egli cercava l'aiuto, ma da dove [gli sarebbe dovuto venire] l'aiuto? Dice rivolto al Signore: " Nella tribolazione dacci l'aiuto, affinché noi nella tribolazione ci ravvediamo, umiliati ci rivolgiamo a te e non alziamo la cresta contro di te. Quando infatti sarai tu a darci l'aiuto nella tribolazione, comprenderemo che è vana la salvezza che lo stolto solitamente desidera e, una volta che l'ha ricevuta, se ne serve non per ottenere la gioia della quiete ma per dare sfogo alla sua irrequietezza ". Non di rado l'uomo si mette in moto e, mosso da rabbia ingiustificata, si propone di danneggiare uno che, poni il caso, non gli ha fatto nulla di male. Improvvisamente però ecco che si ammala. Cosa gli era utile? Continuare per la strada intrapresa e commettere l'azione cattiva ovvero essere ammalato e pregare per la salute? In effetti la salute data da Dio non è vana, mentre è vana la salute che ti dà l'uomo: quella salute che l'uomo ritiene come la cosa a lui sommamente necessaria. Non è dunque vana la salute data da Dio ma vana è la salute che ti dà l'uomo. È questa una salute illusoria, e giustamente la si dice che è cosa dell'uomo, in quanto si ritiene che essa provenga solamente dall'uomo. Ma nel testo dove non si aggiunge: Dell'uomo, si dice: Del Signore è la salute 23. Che significa: Del Signore è la salute? Che chi dà la salute è il Signore, lui che conosce cosa dà, quando e a chi lo dà. Tutte le volte che gli uomini sul punto di disperare chiedono la salute, è il Signore stesso che la concede. È detto nel seguito del salmo: E la tua benedizione scenda sul tuo popolo 24. Cioè: Muoviti a pietà del tuo popolo e dagli la salute che dài anche a coloro che non appartengono al tuo popolo. Dagliela anche se il tuo popolo non la conosce. Tu infatti ben conosci quel che gli dài; esso invece non sa cosa riceva fino a quando non l'abbia ricevuto. Come sarà infatti [quel dono], fratelli? Sappiate comunque che quanto riceverete saranno cose che occhio non vide né orecchio udì; né mai è entrato nel cuore dell'uomo ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano 25. Cosa pensi dunque che egli ci abbia preparato? Certo la salute eterna, che non può entrare nel nostro cuore, che il nostro occhio non può vedere né l'orecchio udire; eppure Dio prepara tali cose a coloro che lo amano 26, e, quando le avremo ricevute, vedremo in che consista la vera salute e com'erano insignificanti le cose che ritenevamo di grande valore.

I martiri non sono stati vinti dalla tribolazione.

10. Così è dei martiri. Se avessero desiderato e ritenuto bene sommo la salute di adesso, cioè la salute che è data dall'uomo, non avrebbero detto dal profondo del cuore: Il giorno dell'uomo io non l'ho desiderato, tu lo sai 27. E nel salmo cosa si dice? Se pertanto essi avessero desiderato la salute nel tempo presente e l'avessero ritenuta il bene più grande, avrebbero perso la salute eterna; ma essi, consapevoli del senso delle parole: Da' a noi l'aiuto nella tribolazione 28, ecco che preferiscono raggiungere la salute eterna piuttosto che scegliersi la presente salute concessa dall'uomo, con la quale si sarebbero rovinati acconsentendo alle voglie dei persecutori. Il persecutore infatti avrebbe loro immediatamente accordato la salute. Di fronte a lui il martire: veniva incatenato; incatenato veniva buttato in carcere e nel suo corpo marciva per le piaghe. Se avesse acconsentito al persecutore, subito avrebbe riavuto la salute, ma quella salute dell'uomo che è vana 29. I persecutori infatti promettevano la salute e la davano immediatamente. Ma quale salute davano? Quella che i martiri ben conoscevano anche prima di trovarsi in mezzo alle tribolazioni. Essi però erano protesi al conseguimento della salute che né occhio vide né orecchio udì né mai penetrò in cuore di uomo 30. Ciò che il persecutore promette è una cosa visibile, ma è incerta, è di breve durata, è cosa meschina. E anche se la salute corporale fosse eterna, sarebbe sempre materiale, e pertanto l'occhio la può vedere e l'orecchio udire, e può penetrare nel cuore dell'uomo 31. Se quell'altra salute, che è più importante, non si riesce a vederla ma chi ce lo assicura è persona attendibile e incapace di mentire, rimaniamo fermi sotto la sua disciplina; non mormoriamo se ci sferza 32, sopportiamo il dolore della medicina con cui ci cura. Riacquistata la salute, godremo presso Dio, rendendoci conto del dono che ci ha concesso, e diremo: Dov'è, o morte, la tua resistenza? Dov'è, o morte, il tuo pungiglione? 33


[...]


http://www.augustinus.it/italiano/discorsi/discorso_593_testo.htm

lunedì 28 luglio 2014

Date a Cesare, date a Dio.


Se c’è una frase di Gesù citata quasi sempre a sproposito nel corso dei secoli, è la celeberrima « Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». Essa non può non richiamare alla nostra memoria il famoso episodio evangelico sulla questione del tributo da pagare all’imperatore romano.

Di solito la si cita per suffragare evangelicamente la tesi della separazione fra il potere temporale e quello spirituale, fra Stato e Chiesa. Ma è proprio a questo che alludeva Gesù quando la pronunciò?

Leggiamo, nell’evangelo di Luca, che lo riporta con maggiore drammaticità ed espressività, il suddetto episodio del «tributo a Cesare», in una traduzione molto vicina all’originale greco:

«E messisi a osservarlo, mandarono degli uomini che, fingendosi persone giuste, fossero pronti a coglierlo in fallo nel parlare così da consegnarlo all’autorità e al potere del governatore. E costoro lo interrogarono dicendo: “Maestro, sappiamo che parli e insegni con rettitudine e non guardi in faccia a nessuno, ma insegni secondo verità la via di Dio. E’ lecito o no che noi paghiamo il tributo a Cesare?” Intuita la loro malizia, disse loro: “Mostratemi un denaro: di chi ha l’immagine e l’iscrizione?” Quelli risposero: “Di Cesare.” Ed egli disse loro: “Rendete dunque (una volta per tutte)[1] a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio.” Così non poterono coglierlo in fallo nelle sue parole davanti al popolo e, meravigliati della sua risposta, tacquero». (Lc 20, 20-26)

Il racconto che, con alcune varianti, si trova anche nei vangeli “canonici” di Matteo (Mt 22, 15-22) e Marco (Mc12, 13-17), è preceduto da alcuni episodi nei quali Gesù entra fortemente in polemica con i sommi sacerdoti, gli scribi, gli anziani e i notabili del popolo, ossia con i rappresentanti dell’aristocrazia sacerdotale e laica di Gerusalemme che detenevano i mezzi di governo e dell’economia. E sono proprio costoro, nel brano succitato, che tramano contro di lui, sperando, con la loro domanda, di tendergli una trappola, per poi consegnarlo al governatore romano: uno che metteva in discussione la legittimità dell’autorità religiosa non poteva infatti restare in libertà.

Se Gesù avesse risposto che non era lecito pagare le tasse, lo avrebbero denunciato all’autorità romana e sarebbe stato messo a morte per insubordinazione e attentato allo Stato; se avesse detto che bisognava pagare le tasse all’imperatore e al senato di Roma, lo avrebbero denunciato al popolo che aveva in odio i Romani e sarebbe stato accusato di stare dalla loro parte. Nell’un caso e nell’altro Gesù sarebbe comunque morto: la trappola sembrava perfetta.
«Intuita la loro malizia», egli riesce però a sventare abilmente il complotto ordito contro di lui, andando subito alla radice della questione: chiedendo retoricamente quale «immagine» reca la moneta d’argento che gli viene mostrata, pone il problema radicale di quale autorità governa su Israele. A questo punto giova ricordare che l’imperatore romano si considerava e veniva considerato «divino»,  cioè figlio di Giove e a lui bisognava prestare culto. Egli assommava in sé sia il potere politico sia il potere religioso, come mostrava la suddetta moneta che riportava, infatti, su una faccia l’effige dell’imperatore Tiberio con la scritta Tiberius Caesar Divi Augusti Filius (Tiberio Cesare Augusto figlio del divino Augusto) e sull’altra il ritratto della madre di Tiberio, Livia Drusilla, simbolo della pace celeste e la scritta Pontifex Maximus (sommo sacerdote) E’ bene poi anche ricordare che, avendo liberato Israele dalla schiavitù d’Egitto, Dio era diventato l’unico re e l’unica autorità che il popolo ebraico riconosceva. Non bisogna dimenticare, inoltre, che all’ebreo era proibito farsi immagini di idoli (Es 20, 4 – Dt 4, 16) dal momento che il popolo stesso rappresentava l’immagine di Dio. Israele ha quindi Dio come autorità e re di cui è «immagine». Portando invece con sé e trafficando negli affari con la moneta dell’imperatore, i capi dei sacerdoti, gli scribi e i notabili del popolo, cioè la gerarchia nel suo complesso, dichiarano pubblicamente di portare in sé non più «l’immagine» di Dio, ma quella del re pagano che pretende di essere di natura divina e opprime il popolo eletto. Ne consegue che i rappresentanti della religione ufficiale, i capi responsabili del popolo rinnegano Dio come loro Re e Signore e si piegano a essere schiavi di un tiranno. Utilizzare le monete coniate da un re straniero e invasore significa, infatti, legittimare l’invasione e dichiararsi suoi sudditi, usufruire dei suoi benefici e favorirne il potere. I capi religiosi, inoltre, usando il denaro di Cesare nei loro traffici abdicano al loro ruolo di guide del popolo: coloro che dovrebbero guidare il popolo, il cui re è il Dio d’Israele, lo inducono invece a peccare di apostasia e di idolatria, riconoscendo l’autorità ad un imperatore che non può godere di alcun diritto di governo su Israele. Essi dimostrano così di confondere Cesare e Dio, ponendoli sullo stesso piano e testimoniano che Israele si è allontanato da Dio e ha commesso sacrilegio.

Alla constatazione, ovvia, di scribi e sommi sacerdoti che la moneta reca l’immagine di Cesare, Gesù risponde che è giusto che la moneta, che è proprietà dell’imperatore, gli venga restituita, ma la risposta di Gesù non è una risposta pacifica e superficiale e tanto meno una pronuncia sulla legittimità del potere o dell’autorità. Non è un escamotage per sfuggire al dilemma. La sua risposta scava nel profondo. Richiamando i leader d’Israele alla coerenza, Gesù dice loro che, se accettano l’autorità di Cesare, pur essendo un usurpatore dei diritti di Dio e del popolo e se ne beneficiano perché trafficano con il suo denaro che utilizzano a loro vantaggio per i loro traffici, è loro obbligo pagare le tasse perché non fanno altro che restituire a Cesare ciò che gli appartiene, cioè ciò che egli ha imposto loro e che essi servilmente hanno accettato. Fare pagare le tasse è un suo diritto perché essi ne accettano i servizi. Ma, usando il suo denaro e quindi riconoscendo la sua autorità su di loro, si sono posti fuori dell’autorità di Dio. Se hanno accettato l’autorità di un «idolo», cioè di Cesare, significa che hanno rinnegato quella di Dio su di loro.

La risposta di Gesù, non estrapolata dal contesto in cui venne pronunciata, assume un significato completamente diverso. Egli in realtà non prende posizione sul tributo da pagare o meno all’occupante romano, ma ordina soltanto di smetterla una volta per tutte di collaborare al culto del divino Cesare, e il cessare questa collaborazione passa attraverso la restituzione di ciò che gli appartiene, vale a dire la sua moneta.

L’opposizione che Gesù pone tra Cesare e Dio è quindi, evidentemente, di natura prettamente religiosa, non politica: si tratta di scegliere tra Dio che regna in Israele e Cesare che occupa illegalmente Israele e ha preteso di usurpare la regalità di Dio. D’altra parte, anche i suoi interlocutori sembrano porre in questi termini la questione, tendendo a precisare, nella premessa alla loro domanda, che Gesù insegna «secondo verità la via di Dio». Gesù li richiama allora alla responsabilità di convertirsi, cioè di ritornare alla loro dignità di figli di Dio che non possono accettare di essere servi e conniventi di un’autorità illegittima.

Le sue parole sono quindi un’esortazione a rompere certi legami con il mondo, quando questo si rende responsabile di situazioni di ingiustizia, un’esortazione alla «disobbedienza civile» quando le leggi dello Stato risultano contrarie all’etica non violenta dell’evangelo.

Il senso religioso della risposta di Gesù risulta, a mio avviso, ancora più evidente in altri due testi evangelici che riportano l’episodio in questione: il vangelo “apocrifo” di Tommaso e il Vangelo Egerton.

Al detto 107 del Vangelo di Tommaso leggiamo infatti: « Mostrarono a Gesù una moneta d’oro e gli dissero: “Gli uomini di Cesare ci chiedono le tasse. Egli disse loro: “Date a Cesare ciò che è di Cesare, date a Dio ciò che è di Dio, e date a me ciò che è mio”».

Il Vangelo Egerton consta di un insieme di frammenti di papiro di un codice in lingua greca. Rinvenuto nel 1934 in Egitto, prese il nome dalla persona che finanziò l’acquisto del primo frammento. Questo vangelo, chiamato anche Vangelo sconosciuto, in quanto non noto da fonti antiche, è ritenuto essere uno dei frammenti più antichi di vangelo. I frammenti che lo compongono, custoditi alla British Library di Londra, sono stati datati paleograficamente alla seconda metà del II secolo, mentre il vangelo in essi contenuto fu probabilmente composto nel 50-100. Vi leggiamo: «Vennero da lui e lo interrogarono per metterlo alla prova. Chiesero: “Maestro, Gesù, noi sappiamo che tu sei [da Dio], in quanto le cose che fai ti mettono sopra tutti i profeti. Dicci, allora, va permesso di pagare ai governanti ciò che è loro dovuto? Dobbiamo pagarli o no?” Gesù sapeva cosa stavano facendo, e si indignò. Poi disse loro: “Perché mi chiamate maestro, ma non [fate] ciò che dico? Con quanta precisione Isaia profetizzò di voi dicendo «Questa gente mi onora con le labbra, ma i loro cuori restano molto lontani da me; la loro adorazione per me è vuota [in quanto insistono su insegnamenti che sono umani] comandamenti […]»” »

Come emerge da questi due brani, ciò che preme a Gesù è di ripristinare il giusto rapporto dei capi religiosi e del popolo d’Israele con Dio e di ridefinire il loro rapporto con se stesso, affinché riconoscano in lui l’inviato dal Padre.

Il brano evangelico del «tributo a Cesare» di per sé non pone dunque un’opposizione in senso politico tra «Cesare» e «Dio», non determina i confini tra le due sfere, né tanto meno dice che c’è una sfera d’influenza di Dio e una d’influenza di Cesare. Questo ragionamento è estraneo al pensiero di Gesù perché illogico, dal momento che, come affermerà davanti a Pilato che ribadisce il suo potere politico, il suo regno «non è di questo mondo» (Gv 18, 36), cioè non si assomma ai regni della terra e nello stesso tempo si estende a tutti i regni della terra, fino agli estremi confini dell’umanità. Gesù quindi non parla assolutamente di separazione tra «Stato e Chiesa», in quanto il suo Dio è per natura e per essenza un Dio laico che invita gli uomini a lasciare ogni potere per assumere la testimonianza dell’amore gratuito.

«Il mio regno non è di questo mondo» significa che non ha come obiettivo il dominio, ma la coscienza consapevole e libera delle persone che servono i propri simili con gli stessi sentimenti di Dio, avendo a cuore in primo luogo i destini dei poveri e degli esclusi alla luce della prospettiva delle Beatitudini (cfr. Mt 5, 1-10).

«Date a Cesare quello che già appartiene a Cesare» è l’invito a riprendere la nostra immagine di Dio che lui stesso ha impresso nei nostri cuori perché fossimo nel mondo la testimonianza della sua presenza, rendendolo credibile attraverso la credibilità delle nostre scelte e delle nostre azioni.

[1] Il testo greco ha il verbo all’imperativo aoristo, un tempo assoluto che indica un’azione compiuta in se stessa, una volta per tutte.

Fonte: http://www.chiesavaldesetrapani.com/public_html/it/articoli-di-violairis/580-date-a-cesare-date-a-dio

mercoledì 9 luglio 2014

Papa Bergoglio e la 'proposta gnostica'!

di Rocco Bruno.

Papa Bergoglio si scaglia contro la "proposta gnostica" e la visione intima del Cristo come "coscienza" realizzata nell'uomo, bollando tutto come una tentazione dal quale fuggire. Dice - "C’è poi l’ideologizzazione psicologica che riduce l’incontro con Gesù a una dinamica di autoconoscenza. La fede abbandona la sua dimensione spirituale in cerca di un semplice benessere psichico: al centro non c‘è Gesù ma la propria psiche che non esce da se stessa. Sono i cristiani senza la Croce di Cristo."

Gesù nel vangelo di Tommaso dice che il Regno dei Cieli è dentro di noi, e quando lo fa intendeva precisamente questo, non dice che il Regno dei Cieli è tra di voi, come i teologi contemporanei vogliono farci credere (...): il Regno dei Cieli è dentro e non c'è nessuna ragione di cercarlo fuori", siamo ai soliti tentativi di riportare le pecorelle smarrite nell'ovile; avendo perso identità e terreno con gli scandali di pedofilia e IOR, adesso con il nuovo maquillage targato "Francesco" cercano di manipolare ancora una volta le coscienze. Il Cristo è intimo, è quando l'uomo diventa una "coscienza". La "fede abbandona la sua dimensione spirituale" quando diventa il dogma cattolico che tanto professano, e non viceversa. Hanno fatto della croce un simbolo del martirio, mentre si tratta di un simbolismo antico che rappresenta la crescita attraverso la morte di tutto ciò che è animale, umanoide, di tutto ciò che è egoistico ed egocentrico.

Esaltare la croce in questo modo equivale ad esaltare l'idiozia dell'uomo che incapace di capire il messaggio cristico lo ha crocifisso. La croce non è uno strumento creato da Dio, ma dagli uomini di potere ed arroganti come la chiesa cattolica ha dimostrato in secoli di eccidi e crociate, di soprusi e distruzione, di essere. Hanno usato l'ignoranza e la superstizione per rabbonire i loro seguaci e la forza, la violenza, la tortura e le privazioni per distruggere gli oppositori, ... proprio un gran bel quadretto, verrebbe proprio da dire: "ma tu guarda da quale pulpito viene la predica!" - o anche - "il bue che dice cornuto all'asino".

L'ipocrisia di una chiesa che pensa ai poveri è l'ultima trovata per rifarsi una facciata. Tiepidi come una tisana, ... quegli stessi tiepidi che Gesù vomita dalla bocca. Non hanno diritto di parlare di Cristo, eppure lo fanno, è sempre la stessa storia, qualcuno che senza requisiti parla a titolo di tutti. Cosa ne può sapere di Gesù Cristo chi prima lo ha messo in croce e poi gli ha inquinato e distrutto tutto il suo insegnamento?! La "proposta gnostica" non esiste, esiste una tradizione del cristianesimo primitivo, quello che fu perseguitato per 200 anni e poi riassorbito nel potere dell'impero di Roma per pura utilità ed opportunismo di Costantino, piegata ai voleri della nascente Santa Romana Chiesa. 

Catari, Albigesi, eretici a vari titolo (Giordano Bruno tra tutti). Furono i cattolici, penso ai parabolani del vescovo Cirillo[1], o alla distruzione delle civiltà precolombiane, a spazzare vie le nostre radice, perché senza radici non sappiamo da dove veniamo e restiamo nell'ignoranza. E' questo il problema di pensare di risolvere tutto seguendo un solo uomo o una dottrina o una religione. Se non impariamo a seguire le nostre intuizioni e usare queste cose come strumenti e non scopi non riusciremo mai veramente a capire perchè viviamo e cosa ci stiamo a fare qui. Per quanto possano sembrarci misere o puerili, sono le nostre intuizioni, l'embrione di un ragionamento, che il tempo e la vita ci insegnerà a capire, perchè la vita e il tempo sono quello Spirito Santo che opera nell'uomo una grande trasformazione. Tutto inizia con l'uomo e finisce con lui. Imparare dalle nostre esperienze, innanzi tutto, anche se magari 2 dritte fanno sempre comodo, ma sempre di 2 dritte si parla.

Cambiare la descrizione del mondo e della vita che ci è stata imposta sistematicamente e meticolosamente dai sistemi, tra cui la chiesa Cattolica che ne è pienamente responsabile. Uno di questi passa per un "lavoro" sistematico tanto quanto lo è stato in condizionamento. Certo abbiamo bisogno di un certo tipo di educazione, ma chiunque è in grado di capire se una cosa lo rende più libero, o più schiavo, ... educare significa comunque sempre - "far emergere" - viene da "educere", portare fuori. Portare fuori quello che c'è, è inutile sentirsi illuminati o saggi, è meglio capire in quali condizioni versiamo, e riconoscere i nostri limiti, nel tempo li potremo spostare.

"Alcune regole possono essere eluse, altre infrante, adesso scolpiscimi  ... se ci riesci" (cit. matrix).

Una scuola può essere seguita, come addestramento, ma poi deve essere abbandonata, per iniziare a vedere se quell'addestramento può dare dei frutti nella nostra vita. Il bene di oggi diventa il male di domani se dovendo operare nella vita, restiamo attaccati a quella scuola o insegnamento. Questo significherebbe solo ritardare il nostro sviluppo, è la "paura" che ci fa prendere tempo e la convinzione di non potercela fare, in una parola la mancanza di fiducia nelle nostre risorse. Proprio come Neo nel film, non crediamo di poter essere l'eletto, e così non lo diventiamo, a meno che la vita non ci metta drasticamente alla prova e ci costringa a guardarci dentro per scoprire che quel contenitore dello Spirito esiste già dentro e che dobbiamo solo evocarlo (lo Spirito) per poi raccoglierlo nel nostro calice.

Per finire, nello stesso articolo si fanno le seguenti affermazioni: "Legata a questa c’è la tentazione gnostica: “è solita verificarsi in gruppi di élites – afferma il Papa - con una proposta di spiritualità superiore, abbastanza disincarnata”, propria dei cosiddetti “cattolici illuminati”: oggi – sottolinea - sono gli “eredi della cultura illuminista”, “cristiani satelliti che hanno una piccola Chiesa a propria misura”, cristiani che seguono le mode del tempo."

Scandaloso! Gruppi di élites e cattolici illuminati?! Ma se gli "illuminati" sono la chiesa cattolica. Già in secoli, o epoche precedenti, al nostro, gruppi di potere si sono infiltrati nella chiesa per renderla totalmente inservibile, diventando loro quell'èlite che dice all'uomo in cosa credere e in cosa non credere. Fintanto che la chiesa cattolica esisterà l'uomo non sarà mai veramente libero! Fintanto che gli esseri umani cercheranno leader, capi spirituali, politici o religiosi, o guru o maestri che li guidino o li illuminino, fintanto che l'uomo sarà disposto a delegare a qualcun altro la responsabilità della sua vita e accoglierà le parole di un insegnamento o di un altro "uomo" senza averne fatto un esperienza personale e diretta, quell'uomo non sarà mai veramente libero, ma dipenderà da qualcos'altro o qualcun altro e per questa ragione ne subirà le conseguenze, per quanto non ne sia responsabile direttamente.

Inoltre a chi si avventura a definire questo articolo come un tentativo di scontro o un modo di porsi sopra gli altri o come contrasto alle istituzioni o chiese istituite, rispondo con una frase di  - Martin Luther King: "LA NOSTRA VITA INIZIA A FINIRE IL GIORNO IN CUI STIAMO ZITTI SU COSE IMPORTANTI!

Dobbiamo imparare a colmare quella distanza "incolmabile" che ci separa e ci fa sentire spersi e indifesi, incapaci di operare ed impotenti davanti a questo strapotere dei "sistemi" precostituiti. E' importante e cardinale rendersi conto che abbiamo sia il potere che l’abilità di parlare apertamente, non si tratta di scontrarsi, ma di affermare, innanzitutto dentro di noi, - "io non ci sto! Voi non avete nessuna autorità per parlare a nome di tutti e men che meno a nome mio". Il nostro silenzio (assenso) ha permesso le attuali condizioni di schiavitù ed impotenza dell'uomo, l’attuazione di leggi e regole (monastiche e morali) da seguire che nel tempo forzeranno al silenzio chiunque non sia d’accordo con il "sistema", qualunque esso sia. Personalmente ho deciso da tempo di non stare zitto, non sopportavo stare a guardare alla finestra, come altri fratelli esoteristi mi hanno esortato a fare, i miei fratelli farsi trucidare, ammazzare dentro, da questi potenti della terra. Loro hanno "paura" e vogliono che la sperimentiamo anche noi. La "paura" che senti non è la tua è la loro, è la "paura" che tu li scopra, e te la trasmettono continuamente attraverso i media e i loro capi spirituali.

Il testo da cui sono estratte le parole di Bergoglio è proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2013/08/08/papa_francesco:_superare_le_tentazioni_nella_chiesa,_dalle_ideologie/it1-717206 - del sito Radio Vaticana

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NOTE:
[1] Vescovo di Alessandria, Cirillo inventore dell’alfabeto cirillico, in seguito santificato dalla Chiesa di Roma. Fu Cirillo ad ordinare l’uccisione di Ipazia, donna, matematica, filosofa neo-platonica ed astronoma, vissuta in Alessandria tra il IV e V secolo dove insegnava. La sua uccisione fu eseguita da parte di una folla di cristiani in tumulto composta, per lo più, di monaci fanatici del martirio detti “paraboloni”. Proprio Benedetto XVI lo ha celebrato come “Padre della Chiesa”. In quell’occasione Ratzinger, era il 2007, si è limitato a ricordare che Cirillo “governò Alessandria per 32 anni con grande energia”. Nessun cenno, invece, allo smembramento del corpo di Ipazia ed alla distruzione di innumerevoli testi nonché della stessa biblioteca di Alessandria. Ipazia fu accusata e quindi colpevole di mettere in discussione “la parola di Dio”, di discuterne il valore come “verità” rivelata. Credo che di fondo la cosa più imperdonabile per “loro” fu che a farlo fosse una donna. Per completare il quadro di fanatismo: pare che i “paraboloni” curavano gli appestati sperando di essere contagiati e di morire servendo Cristo. La storia di Ipazia è stata raccontata integralmente nel film “Agorà”, diretto dallo spagnolo Alejandro Amenabar e censurato in Italia.


http://matrixunaparabolamoderna.blogspot.it/2013/08/papa-bergoglio-e-la-proposta-gnostica.html

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