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lunedì 28 luglio 2014
Date a Cesare, date a Dio.
Se c’è una frase di Gesù citata quasi sempre a sproposito nel corso dei secoli, è la celeberrima « Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». Essa non può non richiamare alla nostra memoria il famoso episodio evangelico sulla questione del tributo da pagare all’imperatore romano.
Di solito la si cita per suffragare evangelicamente la tesi della separazione fra il potere temporale e quello spirituale, fra Stato e Chiesa. Ma è proprio a questo che alludeva Gesù quando la pronunciò?
Leggiamo, nell’evangelo di Luca, che lo riporta con maggiore drammaticità ed espressività, il suddetto episodio del «tributo a Cesare», in una traduzione molto vicina all’originale greco:
«E messisi a osservarlo, mandarono degli uomini che, fingendosi persone giuste, fossero pronti a coglierlo in fallo nel parlare così da consegnarlo all’autorità e al potere del governatore. E costoro lo interrogarono dicendo: “Maestro, sappiamo che parli e insegni con rettitudine e non guardi in faccia a nessuno, ma insegni secondo verità la via di Dio. E’ lecito o no che noi paghiamo il tributo a Cesare?” Intuita la loro malizia, disse loro: “Mostratemi un denaro: di chi ha l’immagine e l’iscrizione?” Quelli risposero: “Di Cesare.” Ed egli disse loro: “Rendete dunque (una volta per tutte)[1] a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio.” Così non poterono coglierlo in fallo nelle sue parole davanti al popolo e, meravigliati della sua risposta, tacquero». (Lc 20, 20-26)
Il racconto che, con alcune varianti, si trova anche nei vangeli “canonici” di Matteo (Mt 22, 15-22) e Marco (Mc12, 13-17), è preceduto da alcuni episodi nei quali Gesù entra fortemente in polemica con i sommi sacerdoti, gli scribi, gli anziani e i notabili del popolo, ossia con i rappresentanti dell’aristocrazia sacerdotale e laica di Gerusalemme che detenevano i mezzi di governo e dell’economia. E sono proprio costoro, nel brano succitato, che tramano contro di lui, sperando, con la loro domanda, di tendergli una trappola, per poi consegnarlo al governatore romano: uno che metteva in discussione la legittimità dell’autorità religiosa non poteva infatti restare in libertà.
Se Gesù avesse risposto che non era lecito pagare le tasse, lo avrebbero denunciato all’autorità romana e sarebbe stato messo a morte per insubordinazione e attentato allo Stato; se avesse detto che bisognava pagare le tasse all’imperatore e al senato di Roma, lo avrebbero denunciato al popolo che aveva in odio i Romani e sarebbe stato accusato di stare dalla loro parte. Nell’un caso e nell’altro Gesù sarebbe comunque morto: la trappola sembrava perfetta.
«Intuita la loro malizia», egli riesce però a sventare abilmente il complotto ordito contro di lui, andando subito alla radice della questione: chiedendo retoricamente quale «immagine» reca la moneta d’argento che gli viene mostrata, pone il problema radicale di quale autorità governa su Israele. A questo punto giova ricordare che l’imperatore romano si considerava e veniva considerato «divino», cioè figlio di Giove e a lui bisognava prestare culto. Egli assommava in sé sia il potere politico sia il potere religioso, come mostrava la suddetta moneta che riportava, infatti, su una faccia l’effige dell’imperatore Tiberio con la scritta Tiberius Caesar Divi Augusti Filius (Tiberio Cesare Augusto figlio del divino Augusto) e sull’altra il ritratto della madre di Tiberio, Livia Drusilla, simbolo della pace celeste e la scritta Pontifex Maximus (sommo sacerdote) E’ bene poi anche ricordare che, avendo liberato Israele dalla schiavitù d’Egitto, Dio era diventato l’unico re e l’unica autorità che il popolo ebraico riconosceva. Non bisogna dimenticare, inoltre, che all’ebreo era proibito farsi immagini di idoli (Es 20, 4 – Dt 4, 16) dal momento che il popolo stesso rappresentava l’immagine di Dio. Israele ha quindi Dio come autorità e re di cui è «immagine». Portando invece con sé e trafficando negli affari con la moneta dell’imperatore, i capi dei sacerdoti, gli scribi e i notabili del popolo, cioè la gerarchia nel suo complesso, dichiarano pubblicamente di portare in sé non più «l’immagine» di Dio, ma quella del re pagano che pretende di essere di natura divina e opprime il popolo eletto. Ne consegue che i rappresentanti della religione ufficiale, i capi responsabili del popolo rinnegano Dio come loro Re e Signore e si piegano a essere schiavi di un tiranno. Utilizzare le monete coniate da un re straniero e invasore significa, infatti, legittimare l’invasione e dichiararsi suoi sudditi, usufruire dei suoi benefici e favorirne il potere. I capi religiosi, inoltre, usando il denaro di Cesare nei loro traffici abdicano al loro ruolo di guide del popolo: coloro che dovrebbero guidare il popolo, il cui re è il Dio d’Israele, lo inducono invece a peccare di apostasia e di idolatria, riconoscendo l’autorità ad un imperatore che non può godere di alcun diritto di governo su Israele. Essi dimostrano così di confondere Cesare e Dio, ponendoli sullo stesso piano e testimoniano che Israele si è allontanato da Dio e ha commesso sacrilegio.
Alla constatazione, ovvia, di scribi e sommi sacerdoti che la moneta reca l’immagine di Cesare, Gesù risponde che è giusto che la moneta, che è proprietà dell’imperatore, gli venga restituita, ma la risposta di Gesù non è una risposta pacifica e superficiale e tanto meno una pronuncia sulla legittimità del potere o dell’autorità. Non è un escamotage per sfuggire al dilemma. La sua risposta scava nel profondo. Richiamando i leader d’Israele alla coerenza, Gesù dice loro che, se accettano l’autorità di Cesare, pur essendo un usurpatore dei diritti di Dio e del popolo e se ne beneficiano perché trafficano con il suo denaro che utilizzano a loro vantaggio per i loro traffici, è loro obbligo pagare le tasse perché non fanno altro che restituire a Cesare ciò che gli appartiene, cioè ciò che egli ha imposto loro e che essi servilmente hanno accettato. Fare pagare le tasse è un suo diritto perché essi ne accettano i servizi. Ma, usando il suo denaro e quindi riconoscendo la sua autorità su di loro, si sono posti fuori dell’autorità di Dio. Se hanno accettato l’autorità di un «idolo», cioè di Cesare, significa che hanno rinnegato quella di Dio su di loro.
La risposta di Gesù, non estrapolata dal contesto in cui venne pronunciata, assume un significato completamente diverso. Egli in realtà non prende posizione sul tributo da pagare o meno all’occupante romano, ma ordina soltanto di smetterla una volta per tutte di collaborare al culto del divino Cesare, e il cessare questa collaborazione passa attraverso la restituzione di ciò che gli appartiene, vale a dire la sua moneta.
L’opposizione che Gesù pone tra Cesare e Dio è quindi, evidentemente, di natura prettamente religiosa, non politica: si tratta di scegliere tra Dio che regna in Israele e Cesare che occupa illegalmente Israele e ha preteso di usurpare la regalità di Dio. D’altra parte, anche i suoi interlocutori sembrano porre in questi termini la questione, tendendo a precisare, nella premessa alla loro domanda, che Gesù insegna «secondo verità la via di Dio». Gesù li richiama allora alla responsabilità di convertirsi, cioè di ritornare alla loro dignità di figli di Dio che non possono accettare di essere servi e conniventi di un’autorità illegittima.
Le sue parole sono quindi un’esortazione a rompere certi legami con il mondo, quando questo si rende responsabile di situazioni di ingiustizia, un’esortazione alla «disobbedienza civile» quando le leggi dello Stato risultano contrarie all’etica non violenta dell’evangelo.
Il senso religioso della risposta di Gesù risulta, a mio avviso, ancora più evidente in altri due testi evangelici che riportano l’episodio in questione: il vangelo “apocrifo” di Tommaso e il Vangelo Egerton.
Al detto 107 del Vangelo di Tommaso leggiamo infatti: « Mostrarono a Gesù una moneta d’oro e gli dissero: “Gli uomini di Cesare ci chiedono le tasse. Egli disse loro: “Date a Cesare ciò che è di Cesare, date a Dio ciò che è di Dio, e date a me ciò che è mio”».
Il Vangelo Egerton consta di un insieme di frammenti di papiro di un codice in lingua greca. Rinvenuto nel 1934 in Egitto, prese il nome dalla persona che finanziò l’acquisto del primo frammento. Questo vangelo, chiamato anche Vangelo sconosciuto, in quanto non noto da fonti antiche, è ritenuto essere uno dei frammenti più antichi di vangelo. I frammenti che lo compongono, custoditi alla British Library di Londra, sono stati datati paleograficamente alla seconda metà del II secolo, mentre il vangelo in essi contenuto fu probabilmente composto nel 50-100. Vi leggiamo: «Vennero da lui e lo interrogarono per metterlo alla prova. Chiesero: “Maestro, Gesù, noi sappiamo che tu sei [da Dio], in quanto le cose che fai ti mettono sopra tutti i profeti. Dicci, allora, va permesso di pagare ai governanti ciò che è loro dovuto? Dobbiamo pagarli o no?” Gesù sapeva cosa stavano facendo, e si indignò. Poi disse loro: “Perché mi chiamate maestro, ma non [fate] ciò che dico? Con quanta precisione Isaia profetizzò di voi dicendo «Questa gente mi onora con le labbra, ma i loro cuori restano molto lontani da me; la loro adorazione per me è vuota [in quanto insistono su insegnamenti che sono umani] comandamenti […]»” »
Come emerge da questi due brani, ciò che preme a Gesù è di ripristinare il giusto rapporto dei capi religiosi e del popolo d’Israele con Dio e di ridefinire il loro rapporto con se stesso, affinché riconoscano in lui l’inviato dal Padre.
Il brano evangelico del «tributo a Cesare» di per sé non pone dunque un’opposizione in senso politico tra «Cesare» e «Dio», non determina i confini tra le due sfere, né tanto meno dice che c’è una sfera d’influenza di Dio e una d’influenza di Cesare. Questo ragionamento è estraneo al pensiero di Gesù perché illogico, dal momento che, come affermerà davanti a Pilato che ribadisce il suo potere politico, il suo regno «non è di questo mondo» (Gv 18, 36), cioè non si assomma ai regni della terra e nello stesso tempo si estende a tutti i regni della terra, fino agli estremi confini dell’umanità. Gesù quindi non parla assolutamente di separazione tra «Stato e Chiesa», in quanto il suo Dio è per natura e per essenza un Dio laico che invita gli uomini a lasciare ogni potere per assumere la testimonianza dell’amore gratuito.
«Il mio regno non è di questo mondo» significa che non ha come obiettivo il dominio, ma la coscienza consapevole e libera delle persone che servono i propri simili con gli stessi sentimenti di Dio, avendo a cuore in primo luogo i destini dei poveri e degli esclusi alla luce della prospettiva delle Beatitudini (cfr. Mt 5, 1-10).
«Date a Cesare quello che già appartiene a Cesare» è l’invito a riprendere la nostra immagine di Dio che lui stesso ha impresso nei nostri cuori perché fossimo nel mondo la testimonianza della sua presenza, rendendolo credibile attraverso la credibilità delle nostre scelte e delle nostre azioni.
[1] Il testo greco ha il verbo all’imperativo aoristo, un tempo assoluto che indica un’azione compiuta in se stessa, una volta per tutte.
Fonte: http://www.chiesavaldesetrapani.com/public_html/it/articoli-di-violairis/580-date-a-cesare-date-a-dio
giovedì 10 marzo 2011
Tremonti ad AnnoZero: la crisi globale, l'Italia e le banche
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mercoledì 9 marzo 2011
PENSIERI POLITICI SPARSI
L'ITALIA HA BISOGNO DI UN NUOVO INIZIO.
Italiani, vogliamo archiviare il berlusconismo per poterci finalmente mettere al lavoro, per costruire il nostro futuro e quello dell'Italia, per dedicarci allo sviluppo di questo paese, senza più bisogno di leaders che falsamente ci rappresentino, vogliamo credere nel senso di responsabilità di un popolo maturo e consapevole che finalmente si unisca e si autogoverni, nel nome di pochi ma forti e condivisi principi di giustizia sociale e solidarietà.
MAFIA E STATO.
Se lo Stato si sfalda, la mafia si espande e aumenta il suo potere economico.
Se lo Stato tira a campare, regge, ma non contrasta la mafia; così succede che questa cerca e trova alleanze, interscambi, accordi di non belligeranza col potere centrale.
Solo con uno Stato forte, che non sia visto con sospetto dal popolo, con istituzioni rispettose e rispettate, con un popolo unito e responsabile, la mafia non ha chances e può essere sconfitta.
LINEE PROGRAMMATICHE DEL PD (per come le vedo io).
1) Unire e non dividere.
2) Si agli aiuti alle piccole medie imprese, ma in funzione dei bisogni della collettività (come sta scritto anche sulla Costituzione).
3) Grandi imprese come fiore all'occhiello e traino dell'economia italiana, che ci rappresentino all'estero, e che mettano al primo posto il lavoro e i lavoratori.
4) No al nucleare.
5) Si alle liberalizzazioni (secondo il paradigma più concorrenza = prezzi più bassi), no alle privatizzazioni (svendita del patrimonio dello Stato).
GIUSTIZIA.
L'istituzione giuridica, cioè la Magistratura, rappresenta il popolo con continuità quanto e forse più del Governo e del Parlamento, che dura in carica il tempo di un legislatura, ovvero solo 5 anni. C'è bisogno di leggi giuste, scritte sulla base di principi cardine che tutalano i cittadini, come ad esempio quello che la legge è uguale per tutti. C'è bisogno di leggi che valgano per tutti e che durino, per diminuire gli attriti sociali e la corruzione, leggi che premino chi da il buon esempio e non chi fa il furbo. Ad esempio vi sembra giusto che i parlamentari guadagnino 15.000 € al mese? O che dopo 5 anni e un giorno di legislatura acquistino il diritto ad una pensione vitalizia minima di 3000 € mensili?
E' necessario un lavoro certosino di revisione o abolizione di tutti quegli articoli di legge del nostro ordinamento giuridico divenuti ormai obsoleti o inadeguati; un esempio per tutti, quelli che sanciscono una antiquata disparità di trattamento tra uomo e donna, e ce ne sono molti nelle nostre leggi; si tratta di avere un po' di pazienza e cercarli, un compito che nell'attuale governo spetta soprattutto al Ministro per le Pari Opportunità on. Carfagna.
Occorre quindi sfoltire e migliorare le leggi esistenti anzichè farne delle nuove. E invece va confermata la discrezionalità dei giudici per quanto riguarda l'interpretazione delle leggi; costoro, nei processi, devono essere in grado di giudicare in base ai principi cardine che le hanno ispirate, applicandoli con coerenza pur nella discriminazione e valutazione dei singoli casi.
FARE POLITICA DAL BASSO E' ANCHE "FARE BENE IL PROPRIO LAVORO" (come dice Saviano).
Il compito politico primario di ognuno di noi dovrebbe essere quello di creare un piccolo paradiso nel luogo in cui viviamo. Altro che macroeconomie o economie globalizzate! Queste servono ad arricchire gli stessi maiali di sempre, quelli già schifosamente ricchi, e impoveriscono sempre di più i poveri! Se una globalizzazione ci dev'essere, che sia quella della cultura, della solidarietà, della conoscenza tra i popoli e del rispetto reciproci.
Italiani, vogliamo archiviare il berlusconismo per poterci finalmente mettere al lavoro, per costruire il nostro futuro e quello dell'Italia, per dedicarci allo sviluppo di questo paese, senza più bisogno di leaders che falsamente ci rappresentino, vogliamo credere nel senso di responsabilità di un popolo maturo e consapevole che finalmente si unisca e si autogoverni, nel nome di pochi ma forti e condivisi principi di giustizia sociale e solidarietà.
MAFIA E STATO.
Se lo Stato si sfalda, la mafia si espande e aumenta il suo potere economico.
Se lo Stato tira a campare, regge, ma non contrasta la mafia; così succede che questa cerca e trova alleanze, interscambi, accordi di non belligeranza col potere centrale.
Solo con uno Stato forte, che non sia visto con sospetto dal popolo, con istituzioni rispettose e rispettate, con un popolo unito e responsabile, la mafia non ha chances e può essere sconfitta.
LINEE PROGRAMMATICHE DEL PD (per come le vedo io).
1) Unire e non dividere.
2) Si agli aiuti alle piccole medie imprese, ma in funzione dei bisogni della collettività (come sta scritto anche sulla Costituzione).
3) Grandi imprese come fiore all'occhiello e traino dell'economia italiana, che ci rappresentino all'estero, e che mettano al primo posto il lavoro e i lavoratori.
4) No al nucleare.
5) Si alle liberalizzazioni (secondo il paradigma più concorrenza = prezzi più bassi), no alle privatizzazioni (svendita del patrimonio dello Stato).
GIUSTIZIA.
L'istituzione giuridica, cioè la Magistratura, rappresenta il popolo con continuità quanto e forse più del Governo e del Parlamento, che dura in carica il tempo di un legislatura, ovvero solo 5 anni. C'è bisogno di leggi giuste, scritte sulla base di principi cardine che tutalano i cittadini, come ad esempio quello che la legge è uguale per tutti. C'è bisogno di leggi che valgano per tutti e che durino, per diminuire gli attriti sociali e la corruzione, leggi che premino chi da il buon esempio e non chi fa il furbo. Ad esempio vi sembra giusto che i parlamentari guadagnino 15.000 € al mese? O che dopo 5 anni e un giorno di legislatura acquistino il diritto ad una pensione vitalizia minima di 3000 € mensili?
E' necessario un lavoro certosino di revisione o abolizione di tutti quegli articoli di legge del nostro ordinamento giuridico divenuti ormai obsoleti o inadeguati; un esempio per tutti, quelli che sanciscono una antiquata disparità di trattamento tra uomo e donna, e ce ne sono molti nelle nostre leggi; si tratta di avere un po' di pazienza e cercarli, un compito che nell'attuale governo spetta soprattutto al Ministro per le Pari Opportunità on. Carfagna.
Occorre quindi sfoltire e migliorare le leggi esistenti anzichè farne delle nuove. E invece va confermata la discrezionalità dei giudici per quanto riguarda l'interpretazione delle leggi; costoro, nei processi, devono essere in grado di giudicare in base ai principi cardine che le hanno ispirate, applicandoli con coerenza pur nella discriminazione e valutazione dei singoli casi.
FARE POLITICA DAL BASSO E' ANCHE "FARE BENE IL PROPRIO LAVORO" (come dice Saviano).
Il compito politico primario di ognuno di noi dovrebbe essere quello di creare un piccolo paradiso nel luogo in cui viviamo. Altro che macroeconomie o economie globalizzate! Queste servono ad arricchire gli stessi maiali di sempre, quelli già schifosamente ricchi, e impoveriscono sempre di più i poveri! Se una globalizzazione ci dev'essere, che sia quella della cultura, della solidarietà, della conoscenza tra i popoli e del rispetto reciproci.
mercoledì 23 febbraio 2011
E' questa l'UE che vogliamo? Cinica e Immobile?
Tutto il mondo sta a guardare il film dell'uccisione di migliaia di persone, i feriti sono già arrivati a 50.000. Nessuno aiuta questi poveri disperati, nessuno decide niente a Bruxelles, nessuno si muove...E' questa l'Unione europea che vogliamo? Se così, io non la voglio. L'emergenza umanitaria non esiste solo quando gli immigrati invadono il nostro territorio. E' un'ipocrisia. Emergenza è anche e soprattutto adesso, quando si tratta di fermare la scure assassina di un dittatore su una popolazione che rivendica solo il suo sacrosanto diritto di vivere in una democrazia.
Politici, fregatevene del politicamente corretto, non parlate sempre e solo delle conseguenze economiche, della mancanza di petrolio o di gas, dei vostri affari. Mi rivolgo alle menti più eccelse e superpagate d'Europa: coraggio, trovate il modo di dare una mano concreta a questo popolo, nelle mani di un folle assassino a sangue freddo. I vostri Big Jim in divisa, che tanto lucidate e foraggiate in tempo di pace, a cosa servono se non in questi casi? Altrimenti aboliteli questi eserciti inutili, perchè non servono assolutamente a niente.
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domenica 20 febbraio 2011
Democracia del dinero vs. Democracia de los derechos del pueblo
Ahora estamos viendo en los países de Oriente Medio que se rebelan a sus dictadores. En muchos casos, estos países son también en una mejor situación económica de muchos países europeos. Sin embargo, lo que están pidiendo no es pan, ya que nuestra mentalidad occidental ha llevado a creer, tanto como la liberdad y los derechos. Estos son sus pretensiones principales, casi como respirar, después de décadas de represión y coerción al silencio.
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Desde bloguerosrevolucion.ning.com
Si se habla de Democracia, con referencia al vocablo griego δημοκρατία, se piensa en el establecimiento de una doctrina política favorable a la intervención del pueblo en el gobierno o del predominio del pueblo en el gobierno político de un Estado (según acepción expresada por la real Academia Española). Pero todos sabemos a ciencias ciertas que en la praxis, el comportamiento es un tanto diferente, más cuando cotejamos lo que se pregona con lo que se hace, en este mundo unipolar.
En cuestión de Democracia, el sistema capitalista es el primero en demandar igualdades (que no tiene) y libertad de expresión (aunque ataca con ferocidad a otros sistemas que prescriban caminos opuestos a los dictados unipolares y de dominio capitalista); pero también difunde sobre el derecho a tener oportunidades de prosperidad (dirigido para unos pocos).
Un ejemplo fehaciente de ser agredido por encaminarse en dirección diferente es Cuba, la cual ha sido un blanco donde toda la artillería del imperialismo ha enfocado sus falsas acusaciones sobre la aparente falta de democracia por parte del gobierno revolucionario de la Isla, desde su mismo triunfo en enero de 1959.
Las contradicciones del imperialismo en su pregonar hipócrita acerca de la Democracia, se pueden evidenciar en su propio sistema capitalista, donde los supuestos derechos humanos están sujetos al manejo del posible poder adquisitivo con el cual se pueda contar. Para una visión más acertada, veamos in situs los ejemplos más claros en comparación con la Cuba socialista.
El gobierno norteamericano exige a Cuba la celebración de elecciones libres; pero los períodos electorales en ese país (como en el resto de los países acogidos a este sistema social capitalista) están sometidos a campañas millonarias que van pagando los contribuyentes (en la gran mayoría el pueblo esperanzado en las promesas); aunque los más interesados son los grandes empresarios que buscan satisfacer sus necesidades futuras de prosperidad y favoritismo económicos por parte del venidero cabeza de gobierno.
Los escaños del gobierno (tanto por estados como el nacional) son ocupados en número correspondientemente con el poder económico del partido que representan y la simpatía alcanzada en sus campañas publicitarias. En Estados Unidos están de ejemplos los legendarios partidos Demócrata y Republicano, quienes ocupan prácticamente el firmamento político de gobernación, con la mera compañía de otros pequeños partidos y algunos independientes.
En cada ciclo electoral, las sumas millonarias que se gastan en el show no se destinan a sufragar las necesidades elementales del pueblo, sino a crear esperanzas que no se cumplen o algunas pocas se llevan a medias. La competencia por el poder gubernamental se muestra en la cara exposición de las campañas electorales con sus gastos elevados y falsas promesas.
El marketing de encuestas, el estudio y plan de proyección de imagen de los candidatos, la parafernalia propagandística de los candidatos y partidos y los forcejeos políticos para obtener resultados consumen millones de dólares y euros que pudieran ser destinados, con clara justicia, a programas sociales y al mejoramiento de vida de la población de dichos países, erradicando pobreza, insalubridad, inanición, etc.
¿Quiénes tienen el derecho a ser protagonistas de las campañas electorales en los países capitalistas? Aquellos candidatos que sean capaces de representar los intereses de los grandes capitales, siendo estos últimos los principales motores y patrocinadores del empuje del candidato. Aunque cubrir los intereses también conllevan, en muchas ocasiones, a tretas y traiciones políticas.
El pueblo no es quien dirige a voluntad, sino que es dirigido como ovejo, a través de campañas publicitarias, donde se les llena la cabeza con promesas de musarañas y así respondan a favor de los beneficios del capital. Al asiento presidencial o al de los vices no llegan los ciudadanos de “a-pie” y sin afiliación; sino los que tienen un pedestal económico que sustenta sus candidaturas partidistas.
Sólo por mencionar algunas cifras.
En el 2000, tanto el Comité Nacional Republicano, el Comité Demócrata Nacional y sus homólogos que colaboraron en la financiación del Senado y la Cámara de Representantes, alcanzaron una recaudación de los 904 millones de dólares. En el 2003, el Comité Republicano logró recaudar 100 millones más que sus oponentes Demócratas, quienes lograron un total de 299 millones.
En el período de elecciones 2008, donde Obama salió vencedor, se pueden constatar las elevadas cifras. Solamente en la campaña de julio, el demócrata gastó 55 millones de dólares (de los cuales las tres quintas partes fueron costos de medios publicitarios) y su oponente McCain con 32 millones.
Las cifras de recaudación estuvieron en su punto récord en octubre, donde el candidato por Ilinois, Barack Obama, anunció la cifra inigualable de 150 millones; la cual se logró cuando el ex-Secretario de Estado en la presidencia de George W. Bush (2001-2004), Collin Powell, endosó la candidatura del afro-estadounidense y lo describió como una “figura transformadora”.
Se atribuye que el equipo de Obama gastó cerca de 1 millón 200 mil dólares solamente en Carolina del Norte y en Virginia 2 millones 100 mil dólares. Sin embargo, McCain había puesto 148 mil en Carolina y 547 mil en el segundo estado.
España, Francia, Italia, Inglaterra, Alemania y otros tantos que se van sumando a la lista son una copia fiel del original imperial.
¿A dónde se dirige todo ese dinero? En mayor medida a los monopolios de comunicación y otro tanto como nómina salarial de los miembros de los equipos de cada candidato; pero ningún dólar dirigido a impulsar verdaderos cambios y mejoras destinadas a la sociedad. Siguen los problemas de sanidad y el inalcanzable seguro médico, la problemática con la falta de viviendas, la escasa asistencia social, el desempleo incrementándose a pasos agigantados y las crisis creadas por los ricos pagándola los pobres.
¿Entonces la voluntad de estos pueblos, como los de Estados Unidos, la vieja Europa y algunos de Latinoamérica, se traduce en añoranzas de promesas incumplidas y de la enajenación de muchos para satisfacer la ambición de pocos? ¿Se llama democracia el tener una participación del 47.9% promedio con electores con derecho al voto en las elecciones de Estados Unidos durante la participación nacional en elecciones federales desde 1960 al 2008 y donde, por consiguiente, prima el abstencionismo por inconformismo y/o enajenación. O en las elecciones presidenciales que muy a pesar de todo se alcanzó el 62.4% en el 2008?
En muchos países capitalistas las urnas son custodiadas por militares, pero donde muy a pesar del bajo nivel de asistencia, los votos se multiplican de forma fraudulenta hasta con los muertos y el chantaje toca a muchas puertas para forzar el triunfo de algún candidato.
Muy a pesar de la “Democracia” promulgada por el sistema electoral capitalista, tienen estipulado que los candidatos presidenciales se enfrenten en polémico programa televisivo, donde exponen sus teorías y programas presidenciales; pero también donde se atacan sacando sus trapos al aire: es lo que llaman como “libertad de expresión”, donde no se preserva la ética, y cualquier golpe bajo es factible para ganar votos. No es importante el valor humano, sino el poner al contrincante fuera de combate, en un margen publicitario deprimente bajo cualquier recurso.
Ahora, en referencia a Cuba, cuando se trata de elecciones, nunca se habla de gastos millonarios en propagandas hacia candidatos específicos, de subvención al Partido Comunista de Cuba (por ser el único), de favoritismos a mandatos basados en promesas incumplibles o del apoyo intencional a quienes son únicamente militantes del partido, discriminando al resto.
En la Isla, las elecciones nacen en la cuadra, con los vecinos del barrio, donde el pueblo analiza la actitud social de los propuestos y la disposición responsable de los mismos a la precandidatura. Aquí es el pueblo quien elige públicamente los más aptos, con participación directa y sin estar condicionada a cuestiones económicas o filiación política al partido. Lo único indispensable es la cuestión humana, la profesionalidad y la subordinación del candidato a representar los intereses de la sociedad en los diferentes niveles del gobierno.
Exceptuando los niveles profesionales del gobierno municipal, provincial o nacional, el resto es con carácter voluntario y sin retribución monetaria por su labor.
La Comisión Nacional Electoral de Cuba está formada por miembros de organizaciones de masas y los colegios electorales son custodiados por niños vestidos en sus uniformes escolares. La votación es directa y secreta, acudiendo cada ciudadano a voluntad a las votaciones.
Las biografías de los precandidatos a los diferentes niveles son mostradas con igualdad de condición, sin tenerse en cuenta si es o no miembro del Partido Comunista de Cuba o si goza de un estatus económico más favorable. No hay promesas de favorecer grandes capitales ni inclinación providencial hacia una clase social determinada. Los campesinos, los obreros, los intelectuales, los artistas, los trabajadores por cuenta propia, todos son iguales y con derecho a ser propuestos y elegidos.
Los medios de prensa están destinados a comentar la organización y a exaltar sólo la participación del pueblo y los valores humanos que deben tener los seleccionados. Y, más bien, se estimula el “Voto Unido” para no dejar precandidatos sin la posibilidad de formar parte de los niveles de gobierno; algo que no ocurre en el capitalismo.
Además, el nivel promedio de participación de la población cubana en los 12 procesos electorales realizados desde 1976 hasta el 2007, es del 97.4% del total de electores con derecho al voto. ¿Ha logrado algún país capitalista un nivel como el alcanzado por el proceso cubano, al menos con alguna cifra cercana? ¡Por supuesto que no! Lo demostrado con toda certeza es que en Cuba la participación popular es casi masiva, exponiendo el carácter verdaderamente democrático de su sistema socialista. En Cuba no es la “Democracia del Dinero” que prima en el capitalismo; sino que se reafirma la Democracia del Pueblo.
Sin embargo, como un cuadro de contraste, los diferentes gobiernos de Estados Unidos, en todo este período de Revolución cubana, junto a otros tantos gobiernos dóciles a sus mandatos, le han “solicitado” a Cuba un cambio hacia la “Democracia” que el capitalismo entiende justa (según sus intereses). Pero dicha “solicitud” ha estado plagada de trampas políticas, invasiones militares, infiltraciones de paramilitares reaccionarios por las costas de Cuba para crear grupos de oposición internos, de bombardeos de plagas bacteriológicas, uso de organizaciones contrarrevolucionarias para la ejecución de atentados, entrenamientos de mercenarios extranjeros para realizar actos vandálicos contra objetivos sociales y económicos, exaltaciones a la emigración ilegal y el secuestro de aeronaves y embarcaciones (conllevando al peligro de vidas humanas inocentes) y también de actos diplomáticos indignos. Sin olvidar que a esta lista se une la aplicación de un bloqueo económico genocida de carácter ilegal y extraterritorial y de todo el blindaje dispuesto en un gran monstruo logístico informativo que sabe cómo manipular la opinión pública con mentiras y tergiversaciones de la realidad cubana.
Toda esta política de agresión y subversión requiere de fondos que la sustente.
A través de la SINA (la Oficina de Intereses de los EUA anclada en La Habana) se mueven miles de dólares en efectivos dirigidos a la contrarrevolución interna; también se destinan diversos materiales como radio-emisores, portátiles, móviles y demás que sirvan para hacer el “periodismo independiente” y que vaya, precisamente, en sentido contrario al del gobierno revolucionario.
El Congreso de los Estados Unidos, por varios períodos presidenciales, ha estado aprobando cerca de 456 millones de dólares para financiar programas de desestabilización dentro de la Isla; de los cuales, cerca de 45 millones han sido destinados a empresas contratistas mercenarias. También una parte de ese presupuesto sustentaba Radio y TV Martí, emisora radial y televisiva dirigida hacia Cuba con sentido subversivo, aún en contra de la voluntad del gobierno de la Isla por violar el espacio radial del país. Hoy en día se ha constatado que no ha tenido resultado alguno y se tiene la muy posible valoración del cierre total de ambas.
En el período Obama-Clinton, el Senado aprobó solamente 20 millones de dólares para el sustento del eufemístico programa de “Asistencia a la Democracia en Cuba”. Presupuesto que representa un 4,39% de las cifras de años anteriores y que naturalmente trajo consigo el descontento de la Mafia Anticubana de Miami y el grito desesperado de reclamo de la mantenida disidencia interna.
Pero Cuba no ha sido la única, las transformaciones sociales que se están dando en los pueblos de América del Sur son un peligro para la coexistencia y estabilidad del sistema imperial capitalista. No basta ya con la creación de bases militares que permitan postergar su prepotencia; puesto que los pueblos se están despertando del letargo de subyugación al cual hasta ahora han estado sometidos y, por tanto, están luchando por trazar sus propios caminos como un derecho democrático que les asiste.
Venezuela, Bolivia, Nicaragua y demás países que se están sumando a la Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América-Tratado de Comercio de los Pueblos (ALBA-TCP) son ejemplos que hay que destruir de igual manera que a la Revolución cubana. Para ello se crean mecanismos y empresas tapaderas que actúen en la dirección que facilite el trabajo de subversión y oposición. Para esto último el gobierno norteamericano a través de la Agencia Central de Inteligencia (CIA) ha creado como cuerpos actorales en los diferentes escenarios del mundo a la NED (National Endowment for Democracy) y la USAID (Agencia de Estados Unidos para el Desarrollo Internacional) con sus filiales como la DAI (Development Alternative Inc.).
Lo más incongruente de la política “democrática” del imperio es que la gran mayoría de los contribuyentes norteamericanos no saben que su dinero va destinado a ser invertidos en campañas antidemocráticas promulgadas y apoyadas por el Pentágono. En el 2009, el presupuesto para la subversión en Nicaragua fue de 27 millones de dólares; para Ecuador fue de 35 millones; contra Evo Morales en Bolivia fue de 86 millones y para apoyar la derecha de Honduras fue de 43 millones. En el 2010, contra el gobierno de Daniel Ortega en Nicaragua es de 38 millones de dólares; contra el gobierno de Correa en Ecuador es de 38 millones y contra Bolivia es de 101 millones de dólares.
Se debe decir que en el caso del Golpe de Estado en Honduras contra el presidente constitucional Manuel Zelaya, el cabildeo entre los golpistas y los representantes del gobierno norteamericano costó los 400 mil dólares por concepto de relaciones públicas. Gestiones que fueron propiciadas por los representantes republicanos Ileana Ros Lehtinen y Lincoln Díaz Balart y por el demócrata Bob Menéndez (tres cabecillas archiconocidos de la mafia anticubana de Miami).
Pero todo este billonario capital no es el único que se escapa de poder ser utilizado en auténticas obras sociales que conlleven el beneficio verdadero de los pueblos. También se deben sumar los presupuestos que sustentan las guerras impuestas en diferentes regiones del mundo. El presupuesto militar, aprobado en octubre del 2009, consta de un total de 626 mil millones de dólares, lo que no incluye los gastos aprobados para las guerras de Irak y Afganistán que consta de 400 mil millones.
¿Cuántos niños, mujeres, ancianos pudieran beneficiarse de estas sumas con la mejora del sistema sanitario de los Estados Unidos y así posibilitarles seguros médicos a todos sus ciudadanos? ¿Cuán rápido pudiera recuperarse Haití con parte de estas sumas? ¿Cuánto potencial se le pudiera aportar a la sociedad para erradicar el desempleo y subsanar la crisis económica mundial? ¿Cuánto se pudiera hacer para ayudar a reparar los daños cometidos sobre el ecosistema?
Pero la industria armamentista saca su gran tajada de las ansias que alimenta la ambición imperial por el dominio de los recursos naturales de nuestro planeta tierra. No importa la democracia si creando conflictos entre movimientos sociales y los pueblos, se conlleva a la división y al enfrentamiento que permita que unos pocos miles se hacen mucho más ricos y otros millones pasen muchas más penurias.
Sólo hay que preguntarse: ¿Desde cuándo la democracia se logra con el financiamiento de la subversión, la desestabilización de gobiernos constitucionales, el apoyo a los golpes de estado, la represión de los pueblos a través de las guerras, la creación de mentiras, el manejo de la opinión pública y la ejecución de acciones encubiertas?_ ¡Ah!, claro, es para imponer la “Democracia” capitalista.
El dinero gastado por el imperio y sus lacayos no es de interés que se use por la instauración de una democracia participativa de los pueblos en sus propios procesos sociales, de proponer y poner en marcha programas nacidos del propio pueblo y el beneficio del mismo; sino que el destino será crear fondos que permitan la permanencia de la condición de supremacía de la alta burguesía, de los dueños de los grandes capitales, del capitalismo.
Cuba, muy a pesar de las agresiones y del bloqueo económico, financiero y comercial impuesto por los gobiernos de Estados Unidos y la acción servil de Europa con su Posición Común, ha logrado alcanzar mejores estándares en la sanidad, en la salud y en atenciones sociales que países del primer mundo no tienen. Y sigue firme por el camino de su socialismo. Pero dejarle el camino sin obstáculos y posibilitar al mundo conocer la verdad de Cuba, es que el sistema capitalista constate definitivamente la pérdida de credibilidad que ya evidencia, por la falasia que ha creado con tanta manipulación pública de la información.
Es una guerra despiadada de la Democracia del Dinero contra la Democracia de los Pueblos.
Como una vez ya dijo el compañero Fidel Castro, hace años: “Un mundo mejor es posible”; pero con la misma lógica a la que él hace referencia, no será nunca bajo el dominio capitalista.
(Gustavo de la Torre Morales, 31 de agosto 2010, Fuente)
giovedì 17 febbraio 2011
Politicamente corrotto?
Nel 2009 Paolo Guzzanti dichiarava: "Berlusconi è un gran porco!" Ora gli va a braccetto tradendo il suo schieramento in Senato con il "Futuro e Libertà" di Fini. Ormai non si capisce più niente. Dopo Barbareschi, un altro trasformista, aristocratico, avido, liberal, egocentrico, equilibrista, narcisista al Parlamento? Non se ne può più! Dove sono quelli che lavorano per il bene comune in questo paese delle banane? Lei se ne frega della coerenza politica, vero Senatore? L'importante è fare ancora più soldi di quelli che già riscuote con il suo profumatissimo stipendio da parlamentare e vendere i suoi libri del c...avolo...Non è così?
Insomma, la maggioranza muove cavallo e torre e conquista il Senato. Sembra un gioco, una trama farsesca che si sviluppa in un atmosfera quasi surreale. La vittima predestinata è l'Italia e i suoi cittadini, ai quali tutto ciò appare sempre più, appunto, un gioco, una partita di Risiko alla quale i nostri politici stanno partecipando. E invece non è un'isola dei famosi a metà tra teatro e realtà, non è un gioco. Ma è una cosa molto reale e seria, purtroppo.
PS. Si noti che, volutamente, non ho parlato di "campagna acquisti". Infatti voglio credere, forse ingenuamente, alla buona fede di chi ha cambiato casacca. Voglio pensare che si tratti di confusione mentale e rincoglionimento dei nostri parlamentari colpiti da sfinimento dopo oltre un decennio di bieco berlusconismo imperante.
E ora, il blog del protagonista di questo post, che oserei definire il "diario di un trasformista seriale".
************************************
LA RIVOLUZIONE ITALIANA
di Paolo Guzzanti
« Dalla politica dell’odio al colpo in faccia. E c’è chi magari non vedrebbe male il colpo alla nuca. [...] Ecco spiegato perché Silvio Berlusconi, ancor prima di vedere il proprio sangue versato, ha accettato di essere messo sotto tutela in una prigione dorata che accompagnerà il suo declino e la sua uscita di scena. Sarà come Napoleone all’isola d’Elba, ma senza i cento giorni. Ho previsto esattamente tutto e lo racconto nei dettagli nel mio “Guzzanti versus Berlusconi” da cui si capisce anche perché gli italiani non amano più la democrazia e che cosa bisogna fare per ripristinarla. Attendo con molta curiosità i vostri commenti a questo esperimento televisivo, stavolta non comico perché francamente c’è poco da ridere. (Ma se volete vedere i vecchi video, cliccate sullo schermo e comparirà una pagina ustream con l’intero repertorio). »
Esce il mio libro “Guzzanti vs Berlusconi”, Aliberti editore, modestamente un libro divertentissimo e del tutto diverso dagli altri: è un libro contro, ma non è un libro becero. A Silvio rimprovero di non aver saputo e voluto fare quel che aveva promesso, ciò che gli ha consentito di arraffare i voti di milioni di italiani affamati di libertà, quella vera. E poi gli ho dato la parola in diretta per 100 pagine. Leggete quel che lui racconta di se stesso. E quel che mi disse sua madre quando gli mollò un ceffone per quanto era arrogante e presuntuoso. Ecco il ritratto di un uomo che non sopporta critiche, Costituzioni, Parlamenti, partiti, opposizioni, dipendenti non-adoranti, e che prostituisce la donna italiana con ignobili messaggi mignottocratici. E poi, tutta la vera storia fra lui e il suo fidanzato Vladimir, il comitato dei signori dell’energia che si riunisce nelle dacie in combutta con Gheddafi. Insomma: tutto Silvio nel bene e nel male. Mai con odio, anzi con una vena di umana simpatia, ma senza sconti. Leggete una bella anteprima oggi su Dagospia.com.
(16 dicembre 2009, Fonte)
mercoledì 2 febbraio 2011
Vorremmo che le nostre parole fossero taglienti come rasoi
domenica 30 gennaio 2011
Siamo greggi di pecore senza più pastori
Il paese è pervaso da sentimenti di ribrezzo, indignazione, tristezza, rabbia.
Ma perchè non smettiamo di andare a votare? Vogliamo ancora continuare a sostenere questa falsa democrazia e falsa rappresentanza?
Faccio una proposta: inondiamo il premier di preservativi durante le sue uscite pubbliche. Sempre che abbia ancora il coraggio di uscire dal suo bunker di Arcore, visto che ultimamente comunica quasi esclusivamente attraverso videomessaggi.
L'unico ad avere in mano la carta vincente è Napolitano, ma non la gioca: l’articolo 88 della Costituzione, che gli permetterebbe di sciogliere le Camere anche in assenza di una formale crisi di governo. E potrebbe decidere di “nominare” (consultati i presidenti di Camera e Senato) il presidente del Consiglio e, su sua proposta, i ministri. Poi decide il voto del Parlamento. In mancanza di maggioranza, decide il popolo, nelle urne.
Ma quando si deciderà il nostro Presidente della Repubblica a passare dalle parole ai fatti? Cosa deve succedere ancora in questo martoriato paese?
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L'UCCELLO PADULO
Mentre gli italiani sono ipnotizzati dai giornalisti del bunga bunga e dalle intercettazioni a base di culi flaccidi, il fallimento economico del Paese è alle porte. Alla conferenza di Davos si sprecano le scommesse su un nostro possibile default. L'ultimo salvagente di Tremorti è realizzare l'equazione: debito pubblico = risparmio privato. Non ne ha mai fatto mistero. Il Paese con la tassazione più alta d'Europa vuole andare oltre. Le tasse federali sono alle porte e retroattive, l'unico vero successo della Lega che amministrerà le casse delle amministrazioni locali.
Si sente nell'aria un suono che prende la forma dell'uccello padulo, quello del fischio della patrimoniale secca. Hanno mandato avanti Giuliano Amato. Un tizio che entrò direttamente nei nostri conti correnti con un prelievo del 6 per mille. Amato fa parte di quel partito socialista che fece esplodere il debito pubblico, operazione continuata con diligenza da parte di Berlusconi, il successore di Bottino. Amato propone un prelievo di 30.000 euro a un terzo dei contribuenti, i più ricchi, per salvare il Paese. Una misura che colpisce chi paga le tasse, ma non i grandi patrimoni. Chi ha pagato, pagherà di più. Forse dovrà fare un mutuo o ipotecare l'appartamento. Si dice:"Ma è per la salvezza della Nazione! Chi più ha, più deve dare". In principio questo ragionamento non fa una grinza, ma gettare nella fornace di un debito pubblico che cresce di 100 miliardi all'anno il prelievo della patrimoniale senza misure strutturali (l'abolizione delle Province e l'accorpamento dei Comuni sotto i 5.000 abitanti, ad esempio) servirà solo a punire coloro che le tasse le hanno pagate fino all'ultimo centesimo. Con che faccia può farlo un governo che ha varato lo Scudo Fiscale con la tassazione al 5% dei patrimoni completamente evasi? Un ministero dell'Economia che invia cartelle puntigliose per dichiarazioni errate per 40/50 euro e non intacca minimamente i 100 miliardi di evasione annui? Tremorti dovrebbe dovrebbe mandare un biglietto di ringraziamento ai contribuenti fedeli, fargli uno sconto sulla prossima dichiarazione.
Dallo scorso anno qualche milione di dipendenti pubblici ha lo stipendio congelato, l'inflazione non li aspetta e ogni mese perdono qualcosa (come Anna nella canzone di Dalla). Chi oggi ha meno di 50 anni in pensione non ci andrà mai, se ci riuscirà sarà un miracolo o un raccomandato o un consigliere regionale o un deputato. Siamo oltre la frutta e l'ammazzacaffè, stiamo sparecchiando la tavola e lo Stato si prepara a raccogliere le briciole da sotto il tavolo.
Fonte
mercoledì 19 gennaio 2011
CLUB BILDERBERG: EL LADO OSCURO DE LA DEMOCRACIA
L'idea di Daniel Estulin è che lo scopo del Club Bilderberg sia quello di creare un'aristocrazia fra le èlite europee e americane per controllare il pianeta. In altre parole, la creazione di un network globale di cartelli di giganti, più potenti di ogni nazione sulla terra, destinato al controllo delle necessità vitali del resto dell'umanità.
Sono molti gli obiettivi (realizzati) del Club, che l'autore ha denunciato. "Nel 2005 ho predetto che, sulla base di quanto detto al meeting Bildeberg in Germania, il petrolio avrebbe toccato i 150 dollari a barile a fine estate 2008. Non lo sto inventando ora, dopo che è successo. Lo potete leggere su Internet e sui miei report", spiega Estulin. "Anche la guerra in Iraq era stata progettata dal Bilderberg nel maggio 2002".
Daniel Estulin en el programa Contracorriente de España (05/03/2009):
Sono molti gli obiettivi (realizzati) del Club, che l'autore ha denunciato. "Nel 2005 ho predetto che, sulla base di quanto detto al meeting Bildeberg in Germania, il petrolio avrebbe toccato i 150 dollari a barile a fine estate 2008. Non lo sto inventando ora, dopo che è successo. Lo potete leggere su Internet e sui miei report", spiega Estulin. "Anche la guerra in Iraq era stata progettata dal Bilderberg nel maggio 2002".
Daniel Estulin en el programa Contracorriente de España (05/03/2009):
domenica 16 gennaio 2011
Il mercato globale è il vero nemico?
Bisogna lavorare per l'autosufficenza dei popoli.
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" RIPUDIO OGNI SINDACATO, CGIL, CISL, UIL, CONFSAL, RDB, CUB...
SIAMO SOLI. NON C’E’ PIU’ NESSUNO LA’ FUORI A DIFENDERCI. SIAMO SOLI, PERCHE’…
I POTERI FINANZIARI DI UNIONE EUROPEA E STATI UNITI CI STANNO DISTRUGGENDO IL FUTURO DEL LAVORO COME NON POTETE IMMAGINARE.
ESSI HANNO SOTTRATTO ALL’ITALIA… 457 MILIARDI DI EURO IN 2 ANNI…
… PIU’ DI 20 FINANZIARIE SPARITE DAL TUO STIPENDIO E DAI TUOI SERVIZI ESSENZIALI… IN 2 ANNI. MENTRE NOI PER MILLE EURO IN BUSTA PAGA DOBBIAMO SUPPLICARE…O MORIRE.
IL RADICALISMO DEI DIRITTI DI CHI LAVORA E’ L’UNICA ARMA RIMASTACI. SENZA, SIAMO FINITI.
IL POTERE LO SAPEVA, E NEL 1975 LA COMMISSIONE TRILATERALE DI STATI UNITI, EUROPA E GIAPPONE SANCI’ LA MORTE DEL RADICALISMO E DEL LAVORO, CON QUESTE PAROLE: “Quando esso perde forza, diminuisce il potere dei sindacati di ottenere risultati. La concertazione produce disaffezione da parte dei lavoratori, che non si riconoscono in quel processo burocratico e tendono a distanziarsene, e questo significa che più i sindacati accettano la concertazione più diventano deboli e meno capaci di mobilitare i lavoratori, e di metter pressione sui governi”… ERA IL 1975.
I SINDACATI CI SONO CASCATI.
CI HANNO PRECARIZZATO IL LAVORO. IL LAVORO E’ COME I TUOI GLOBULI BIANCHI, SENZA NON VIVI. HANNO PRECARIZZATO I TUOI GLOBULI BIANCHI…
HANNO RESO PLAUSIBILE L’INIMMAGINABILE.
IL PIANO PER LA DISTRUZIONE DEL LAVORO DI NOI CITTADINI PARTI’ 70 ANNI FA IN FRANCIA E GERMANIA.
I MANDANTI: LA GRANDE FINANZA SPECULATIVA E LA GRANDE INDUSTRIA.
LE ARMI: L’ECONOMIA, L’UNIONE EUROPEA DEI TECNOCRATI, E OGGI IL DISASTRO DELL’EURO.
LA CRISI ECONOMICA 2007-2010 E’ USATA COME STRUMENTO PER UNA…
COMPRESSIONE DEI SALARI… SENZA PRECEDENTI IN 50 ANNI.
STA ACCADENDO IN GRECIA E IRLANDA, ACCADRA’ QUI. STANNO CREANDO…
SACCHE DI LAVORO ALLA CINESE IN EUROPA, E LO HANNO PIANIFICATO NEI DETTAGLI, PER PROFITTO.
GLI OPERAI SONO DESTINATI A SCOMPARIRE, MARCHIONNE LO SA BENISSIMO, IN KOREA NON C’E’ PIU’ L’ILLUMINAZIONE NEGLI STABILIMENTI AUTO, PERCHE’ NON CI SONO PIU’ ESSERI UMANI CHE VI LAVORANO. SOLO ROBOT…
OPERAI, SIETE CONDANNATI. LORO LO SANNO.
DOVETE APRIRE GLI OCCHI, CAPIRE COSA VI STA SUCCEDENDO, ED ESSERE RADICALI NELL’OPPOSIZIONE A QUESTO ATTACCO AL LAVORO…
CHE E’ IL VERO ATTACCO ALLA DEMOCRAZIA.
CHIEDEREMO IL RADICALISMO DEI DIRITTI FINO ALLA FINE DELLA NOSTRA VITA. CIOE’:
LAVORO E SALARIO DI DIGNITA’ COME DIRITTTO UMANO IMPRESCINDIBILE DI TUTTI, SOSTENUTO DA UN PROGRAMMA GOVERNATIVO DI PIENA OCCUPAZIONE IN COLLABORAZIONE COL SETTORE PRIVATO.
LA PIENA OCCUPAZIONE E’ POSSIBILE (economisti WRAY, KELTON, MOSLER, MITCHELL).
LA FLESSIBILITA’ SOLO COME OPTIONAL SCELTO DAL LAVORATORE, MAI IMPOSTA.
SANITA’, ISTRUZIONE, ACQUA, LUCE, GAS, AMBIENTE, SERVIZI SOCIALI, DIRITTO ALLA CASA, PUBBLICA INFORMAZIONE SONO BENI INTOCCABILI DA QUALSIASI INTERESSE PRIVATISTICO.
IL DIRITTO DI SFIDUCIARE COL VOTO L’INTERA CLASSE POLITICA ESISTENTE CON, NELLE SCHEDE, IL RIQUADRO “NESSUNO DI QUESTI” CHE SE MARCATO DAGLI ELETTORI VENGA POI CONTEGGIATO COME SEGGI VUOTI IN PARLAMENTO.
MA SOPRATTUTTO:IL RITORNO DELLO STATO ALLA SUA UNICA FUNZIONE LEGITTIMA… CHE E’ DI SPENDERE A DEFICIT PER CREARE LA PIENA OCCUPAZIONE E IL PIENO STATO SOCIALE.
CIO’ E’ PERFETTAMENTE POSSIBILE, LO E’ STATO PER 40 ANNI, NON CE LI HANNO MAI CONCESSI SOLO PER MOTIVI IDEOLOGICI (lo testimoniano il Nobel P. SAMUELSON, con WRAY, KELTON, MOSLER, MITCHELL, PARGUEZ).
PER OTTENERE QUESTO DOBBIAMO ABBANDONARE L’EURO CHE FU PENSATO GIA’ NEL 1943 UNICAMENTE PER PARALIZZARE GLI STATI SOCIALI. STA ACCADENDO.
OFFRIREMO, IN CAMBIO, UNA NUOVA ETICA DEL LAVORO IN ITALIA, DOVE CIASCUNO FARA’ CIO’ CHE DEVE FARE AL MASSIMO DEL SUO IMPEGNO, SEMPRE.
NON ESISTE ALTRA SPERANZA DI SALVARCI DAL PIANO DI DISTRUZIONE DEL LAVORO CHE PARIGI, BERLINO E WALL STREET STANNO COMPLETANDO.
PUO’ SALVARCI SOLO IL RADICALISMO DEI DIRITTI DI CHI LAVORA.
ORGANIZZATEVI E DISTRIBUITE QUESTE PAROLE A TUTTI I LAVORATORI CHE CONOSCETE, NELLE FABBRICHE, UFFICI, CAMPAGNE, LUOGHI DI COMMERCIO, E NELLE SCUOLE E UNIVERSITA’, A TAPPETO.
QUESTE PAGINE SONO LA TUA NUOVA TESSERA SINDACALE. "
Tratto da: Paolo Barnard, Il più grande crimine
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| Paul Barnard |
SIAMO SOLI. NON C’E’ PIU’ NESSUNO LA’ FUORI A DIFENDERCI. SIAMO SOLI, PERCHE’…
I POTERI FINANZIARI DI UNIONE EUROPEA E STATI UNITI CI STANNO DISTRUGGENDO IL FUTURO DEL LAVORO COME NON POTETE IMMAGINARE.
ESSI HANNO SOTTRATTO ALL’ITALIA… 457 MILIARDI DI EURO IN 2 ANNI…
… PIU’ DI 20 FINANZIARIE SPARITE DAL TUO STIPENDIO E DAI TUOI SERVIZI ESSENZIALI… IN 2 ANNI. MENTRE NOI PER MILLE EURO IN BUSTA PAGA DOBBIAMO SUPPLICARE…O MORIRE.
IL RADICALISMO DEI DIRITTI DI CHI LAVORA E’ L’UNICA ARMA RIMASTACI. SENZA, SIAMO FINITI.
IL POTERE LO SAPEVA, E NEL 1975 LA COMMISSIONE TRILATERALE DI STATI UNITI, EUROPA E GIAPPONE SANCI’ LA MORTE DEL RADICALISMO E DEL LAVORO, CON QUESTE PAROLE: “Quando esso perde forza, diminuisce il potere dei sindacati di ottenere risultati. La concertazione produce disaffezione da parte dei lavoratori, che non si riconoscono in quel processo burocratico e tendono a distanziarsene, e questo significa che più i sindacati accettano la concertazione più diventano deboli e meno capaci di mobilitare i lavoratori, e di metter pressione sui governi”… ERA IL 1975.
I SINDACATI CI SONO CASCATI.
CI HANNO PRECARIZZATO IL LAVORO. IL LAVORO E’ COME I TUOI GLOBULI BIANCHI, SENZA NON VIVI. HANNO PRECARIZZATO I TUOI GLOBULI BIANCHI…
HANNO RESO PLAUSIBILE L’INIMMAGINABILE.
IL PIANO PER LA DISTRUZIONE DEL LAVORO DI NOI CITTADINI PARTI’ 70 ANNI FA IN FRANCIA E GERMANIA.
I MANDANTI: LA GRANDE FINANZA SPECULATIVA E LA GRANDE INDUSTRIA.
LE ARMI: L’ECONOMIA, L’UNIONE EUROPEA DEI TECNOCRATI, E OGGI IL DISASTRO DELL’EURO.
LA CRISI ECONOMICA 2007-2010 E’ USATA COME STRUMENTO PER UNA…
COMPRESSIONE DEI SALARI… SENZA PRECEDENTI IN 50 ANNI.
STA ACCADENDO IN GRECIA E IRLANDA, ACCADRA’ QUI. STANNO CREANDO…
SACCHE DI LAVORO ALLA CINESE IN EUROPA, E LO HANNO PIANIFICATO NEI DETTAGLI, PER PROFITTO.
GLI OPERAI SONO DESTINATI A SCOMPARIRE, MARCHIONNE LO SA BENISSIMO, IN KOREA NON C’E’ PIU’ L’ILLUMINAZIONE NEGLI STABILIMENTI AUTO, PERCHE’ NON CI SONO PIU’ ESSERI UMANI CHE VI LAVORANO. SOLO ROBOT…
OPERAI, SIETE CONDANNATI. LORO LO SANNO.
DOVETE APRIRE GLI OCCHI, CAPIRE COSA VI STA SUCCEDENDO, ED ESSERE RADICALI NELL’OPPOSIZIONE A QUESTO ATTACCO AL LAVORO…
CHE E’ IL VERO ATTACCO ALLA DEMOCRAZIA.
CHIEDEREMO IL RADICALISMO DEI DIRITTI FINO ALLA FINE DELLA NOSTRA VITA. CIOE’:
LAVORO E SALARIO DI DIGNITA’ COME DIRITTTO UMANO IMPRESCINDIBILE DI TUTTI, SOSTENUTO DA UN PROGRAMMA GOVERNATIVO DI PIENA OCCUPAZIONE IN COLLABORAZIONE COL SETTORE PRIVATO.
LA PIENA OCCUPAZIONE E’ POSSIBILE (economisti WRAY, KELTON, MOSLER, MITCHELL).
LA FLESSIBILITA’ SOLO COME OPTIONAL SCELTO DAL LAVORATORE, MAI IMPOSTA.
SANITA’, ISTRUZIONE, ACQUA, LUCE, GAS, AMBIENTE, SERVIZI SOCIALI, DIRITTO ALLA CASA, PUBBLICA INFORMAZIONE SONO BENI INTOCCABILI DA QUALSIASI INTERESSE PRIVATISTICO.
IL DIRITTO DI SFIDUCIARE COL VOTO L’INTERA CLASSE POLITICA ESISTENTE CON, NELLE SCHEDE, IL RIQUADRO “NESSUNO DI QUESTI” CHE SE MARCATO DAGLI ELETTORI VENGA POI CONTEGGIATO COME SEGGI VUOTI IN PARLAMENTO.
MA SOPRATTUTTO:IL RITORNO DELLO STATO ALLA SUA UNICA FUNZIONE LEGITTIMA… CHE E’ DI SPENDERE A DEFICIT PER CREARE LA PIENA OCCUPAZIONE E IL PIENO STATO SOCIALE.
CIO’ E’ PERFETTAMENTE POSSIBILE, LO E’ STATO PER 40 ANNI, NON CE LI HANNO MAI CONCESSI SOLO PER MOTIVI IDEOLOGICI (lo testimoniano il Nobel P. SAMUELSON, con WRAY, KELTON, MOSLER, MITCHELL, PARGUEZ).
PER OTTENERE QUESTO DOBBIAMO ABBANDONARE L’EURO CHE FU PENSATO GIA’ NEL 1943 UNICAMENTE PER PARALIZZARE GLI STATI SOCIALI. STA ACCADENDO.
OFFRIREMO, IN CAMBIO, UNA NUOVA ETICA DEL LAVORO IN ITALIA, DOVE CIASCUNO FARA’ CIO’ CHE DEVE FARE AL MASSIMO DEL SUO IMPEGNO, SEMPRE.
NON ESISTE ALTRA SPERANZA DI SALVARCI DAL PIANO DI DISTRUZIONE DEL LAVORO CHE PARIGI, BERLINO E WALL STREET STANNO COMPLETANDO.
PUO’ SALVARCI SOLO IL RADICALISMO DEI DIRITTI DI CHI LAVORA.
ORGANIZZATEVI E DISTRIBUITE QUESTE PAROLE A TUTTI I LAVORATORI CHE CONOSCETE, NELLE FABBRICHE, UFFICI, CAMPAGNE, LUOGHI DI COMMERCIO, E NELLE SCUOLE E UNIVERSITA’, A TAPPETO.
QUESTE PAGINE SONO LA TUA NUOVA TESSERA SINDACALE. "
Tratto da: Paolo Barnard, Il più grande crimine
sabato 15 gennaio 2011
Democrazia cubana: 40,8% di candidati donne tra i delegati provinciali alle elezioni del 2008
Le ultime elezioni cubane si sono tenute nel gennaio del 2008. La media delle candidature femminili è stata del 40,8% quando nel mondo la media è del 17%. Riporto di seguito un articolo che parla dell'argomento elezioni a Cuba per dare un idea del sistema politico cubano, un bell'esempio di democrazia diretta nonostante gli schemi mentali preconfezionati che si hanno in Italia sulla Revoluciòn e dove da decenni l'opinione pubblica è succube della propaganda anticastrista statunitense.
UNA DEMOCRAZIA DECENTE: CUBA
21 gennaio 2008
[...] elezioni generali, in cui si eleggeranno 1201 delegati delle assemblee provinciali e 614 deputati al Parlamento. Fra i candidati vi è un gran numero di donne, in un paese in cui le donne hanno guadagnato una partecipazione attiva in tutti i livelli della società.
Secondo Mayra Álvarez, membro della Commissione di Candidatura, a Cuba le cifre della partecipazione femminile alla politica sono in aumento e in queste elezioni la rappresentanza delle donne sul numero totale dei candidati raggiungerà livelli storici.
Cuba può vantare una “rappresentanza di candidati femminili tra i delegati provinciali del 40,8 per cento, molto superiore a quelle delle precedenti elezioni”, ha dichiarato in un’intervista con l’inviata di TeleSUR all’Avana, Patricia Villegas.
Alle ultime elezioni si era avuto il 37% di rappresentanze femminili. “Nell’Assemblea Nazionale, fra le candidature proposte al popolo che si voteranno domenica in maniera diretta e segreta, le donne sono il 43,16%”, ha precisato la Álvarez.
Fra i leader mondiali della partecipazione femminile
Si stima che nel mondo la media della rappresentanza femminile nei parlamenti sia del 17%, secondo quanto affermato dal membro della Commissione di Candidatura.
Ella sottolinea che “Cuba è, in questo momento, all’ottavo posto nel mondo e con questo numero di candidature femminili salirà al terzo posto nel mondo per presenza di donne in un Parlamento”.
La Álvarez insiste sul fatto che queste cifre si sono raggiunte senza bisogno di una legge sulle quote.
“Credo sia un riflesso del ruolo delle cubane, del successo che hanno ottenuto in tutti questi anni, di come siano rappresentate in tutti i settori della società”, commenta.
Per la rappresentante si tratta di una battaglia che ha avuto successo grazie soprattutto alla consapevolezza e all’educazione, “le persone riconoscono il ruolo della donna, la necessità che le donne siano rappresentate e partecipino nell’attività decisionale a tutti i livelli”.
La chiave sta nella partecipazione popolare
Mayra Álvarez ha anche descritto lo svolgimento del processo elettorale a Cuba, sottolineando che esso è fondato sulla partecipazione popolare a tutti i livelli, a partire dalle decisioni che si formano all’interno delle comunità.
Un aspetto importante è “la partecipazione delle comunità, a partire dai quartieri. E’ da lì che provengono i primi delegati e le prime delegate del Potere Popolare”, ha detto la rappresentante.
I candidati delle elezioni cubane sono nominati in modo libero e diretto dai propri stessi elettori, senza la mediazione di partiti politici. Sono indicativi per la nomina i valori umani e i meriti personali e sociali.
Vi è nell’isola una Commissione di Candidatura nazionale composta dai rappresentanti di tutte le organizzazioni di massa, di lavoratori, contadini, donne e studenti.
Questo sistema elettorale fu istituito nel 1976, quando attraverso un referendum i cubani decisero di dare all’isola una nuova costituzione.
Il partito non compare sulle schede elettorali
Fra le caratteristiche del sistema elettorale cubano, vi è il fatto che i partiti politici non partecipano alle elezioni. “Vi sono persone che sono militanti del partito (Partito Comunista) e altre che non lo sono. Chi realmente propone, nomina ed elegge i candidati a tutti i livelli sono i quartieri popolari e in un secondo momento le assemblee municipali”, spiega Mayra.
Secondo i dati, il 63 per cento dei candidati a queste elezioni è di nuova nomina. Delle persone elette nella scorsa legislatura, solo il 30 per cento è stato ricandidato.
“La maggioranza sono nuovi compagni e nuove compagne, come parte di un normale processo di rinnovamento, il che sottolinea, soprattutto, la continuità della rivoluzione, la continuità del compromesso di cubane e cubani con il nostro progetto sociale”, commenta Mayra Álvarez.
I mandati sono revocabili
A Cuba qualunque cittadino che abbia il pieno godimento dei diritti elettorali può nominare un candidato o essere proposto come tale. Allo stesso modo, tutti hanno il diritto di presentare esposti o proteste riguardo lo svolgimento del processo elettorale.
Per risultare eletti occorre ricevere la maggioranza assoluta dei voti durante lo scrutinio pubblico, aperto alla partecipazione di tutti. Gli eletti non ricevono alcun beneficio monetario dall’esercizio delle loro funzioni, ma devono rendere conto periodicamente ai propri elettori, i quali possono revocare il loro mandato in qualsiasi momento.
A Cuba, i maggiori di 16 anni che non abbiano incapacità mentale o legale sono inclusi automaticamente nelle liste dei votanti, senza ricorrere a procedimenti macchinosi. La lista degli elettori è pubblica e soggetta al controllo popolare.
Il voto è segreto, diretto, ma non obbligatorio. A differenza dei paesi in cui i militari sorvegliano le urne, nell’isola caraibica questa sorveglianza è affidata agli studenti delle scuole primarie.
Da parte sua, il presidente dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare di Cuba, Ricardo Alarcón, ha assicurato questo sabato di non essere preoccupato degli attacchi da parte dei governi reazionari, né di quelli del presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, poiché questa domenica i cubani dimostreranno che la loro democrazia è molto più partecipativa e diretta di quella di molti altri paesi.
Intervistato in esclusiva all’Avana dall’inviata speciale di TeleSUR, Patricia Villegas, Alarcón ha toccato diversi aspetti del processo elettorale nell’isola e ha sottolineato la trasparenza, l’impegno civico e la partecipazione delle donne.
Ha anche parlato delle critiche mosse alla Rivoluzione Cubana, riguardo la presunta assenza di libertà democratiche, secondo quanto affermato da Bush nell’ottobre dello scorso anno, quando egli annunciò una serie di misure volte a inasprire il blocco commerciale e dichiarò in spagnolo ai cubani: “Cuba será pronto libre”.
“A Cuba sì che si vota liberamente”, ha detto Alarcón paragonando il sistema elettorale rappresentativo nordamericano con l’ampia partecipazione popolare che caratterizza le elezioni a Cuba, dove i delegati politici nascono direttamente all’interno delle comunità.
“Una maggioranza molto ampia di cittadini cubani va a votare con fiducia, seleziona alcuni dei candidati e la maggior parte, ne sono certo, vota per tutti i candidati in lista”, ha detto riferendosi al cosiddetto “voto unito”.
Alarcón ha affermato di essersi divertito molto vedendo il presidente Bush parlare in spagnolo per esortare i cubani ad avere “fede” nella “libertà”.
“Era davvero una festa sentire Bush che diceva: ‘Io mi rivolgo a questi cubani che ora mi stanno ascoltando, forse a rischio della propria vita’. Ti immagini lo sghignazzo collettivo di tutta Cuba quando ha visto questo signore esprimersi in modo così scollegato dalla realtà?”, ha detto Alarcón.
Fortunate differenze
Secondo Alarcón, il fatto che l’anno elettorale di Cuba coincida con quello degli Stati Uniti “è un’opportunità in più per paragonare e studiare un sistema tanto diverso e, ovviamente, tanto ammantato di ideali democratici come quello nordamericano”.
“L’anno elettorale (negli USA) è appena cominciato e già abbiamo visto diversi candidati, piuttosto conosciuti, che hanno dovuto interrompere il loro percorso per aver finito il denaro, per non essere riusciti a raccogliere i fondi necessari per proseguire una campagna elettorale così lunga e costosa”, ha spiegato.
Il presidente dell’Assemblea Nazionale cubana ha ripetuto la frase di John Kerry, ex senatore del Massachusetts ed ex candidato alla presidenza: “Bisogna lasciar votare la gente”.
“Il fatto è che (negli USA) vi sono ostacoli che impediscono alla gente di votare. E lui (Kerry) si è riferito a due esempi concreti: si è riferito a una legge appena varata nello stato dell’Indiana che istituisce nuove restrizioni per l’accesso alle urne”.
In Nevada i negri non votano
“Ma Kerry ha detto che esistono altre restrizioni a danno dei democratici”, insiste Alarcón: “Vi è una gran quantità di operai neri che in Nevada non potranno votare, e non lo dico io, lo dice Kerry”.
“Il Nevada è lo stato le cui principali industrie sono il turismo, il gioco d’azzardo, gli alberghi. Tutta la zona di Las Vegas. Ciò vuol dire che molti lavoratori degli alberghi e dei casinò, che dovranno lavorare durante questo fine settimana (quando si terranno le primarie di partito), non potranno votare, salvo facilitazioni che consentano loro di votare nei luoghi di lavoro.
Il Partito Democratico, per le sue elezioni primarie, aveva accettato di offrire anche a questi lavoratori la possibilità di votare. Fino al giorno in cui al sindacato dei lavoratori culinari americani non è venuto in mente di appoggiare la candidatura di Barack Obama”.
“Allora, molto semplicemente, li hanno privati del diritto di voto. Come? Non permettendo che si possa votare negli hotel e in nessuno di questi luoghi”. “Questo equivale ad eliminare il diritto di voto”.
“Insisto, tutti i cubani hanno realmente la possibilità e il diritto di votare”, ha concluso Alarcón. “Potremmo anche condividere (ciò che dice Kerry), purché garantiscano al popolo americano questo elementare diritto”.
(dal sito rebelion.org, traduzione di Gianluca Freda, Fonte)
21 gennaio 2008
[...] elezioni generali, in cui si eleggeranno 1201 delegati delle assemblee provinciali e 614 deputati al Parlamento. Fra i candidati vi è un gran numero di donne, in un paese in cui le donne hanno guadagnato una partecipazione attiva in tutti i livelli della società.
Secondo Mayra Álvarez, membro della Commissione di Candidatura, a Cuba le cifre della partecipazione femminile alla politica sono in aumento e in queste elezioni la rappresentanza delle donne sul numero totale dei candidati raggiungerà livelli storici.
Cuba può vantare una “rappresentanza di candidati femminili tra i delegati provinciali del 40,8 per cento, molto superiore a quelle delle precedenti elezioni”, ha dichiarato in un’intervista con l’inviata di TeleSUR all’Avana, Patricia Villegas.
Alle ultime elezioni si era avuto il 37% di rappresentanze femminili. “Nell’Assemblea Nazionale, fra le candidature proposte al popolo che si voteranno domenica in maniera diretta e segreta, le donne sono il 43,16%”, ha precisato la Álvarez.
Fra i leader mondiali della partecipazione femminile
Si stima che nel mondo la media della rappresentanza femminile nei parlamenti sia del 17%, secondo quanto affermato dal membro della Commissione di Candidatura.
Ella sottolinea che “Cuba è, in questo momento, all’ottavo posto nel mondo e con questo numero di candidature femminili salirà al terzo posto nel mondo per presenza di donne in un Parlamento”.
La Álvarez insiste sul fatto che queste cifre si sono raggiunte senza bisogno di una legge sulle quote.
“Credo sia un riflesso del ruolo delle cubane, del successo che hanno ottenuto in tutti questi anni, di come siano rappresentate in tutti i settori della società”, commenta.
Per la rappresentante si tratta di una battaglia che ha avuto successo grazie soprattutto alla consapevolezza e all’educazione, “le persone riconoscono il ruolo della donna, la necessità che le donne siano rappresentate e partecipino nell’attività decisionale a tutti i livelli”.
La chiave sta nella partecipazione popolare
Mayra Álvarez ha anche descritto lo svolgimento del processo elettorale a Cuba, sottolineando che esso è fondato sulla partecipazione popolare a tutti i livelli, a partire dalle decisioni che si formano all’interno delle comunità.
Un aspetto importante è “la partecipazione delle comunità, a partire dai quartieri. E’ da lì che provengono i primi delegati e le prime delegate del Potere Popolare”, ha detto la rappresentante.
I candidati delle elezioni cubane sono nominati in modo libero e diretto dai propri stessi elettori, senza la mediazione di partiti politici. Sono indicativi per la nomina i valori umani e i meriti personali e sociali.
Vi è nell’isola una Commissione di Candidatura nazionale composta dai rappresentanti di tutte le organizzazioni di massa, di lavoratori, contadini, donne e studenti.
Questo sistema elettorale fu istituito nel 1976, quando attraverso un referendum i cubani decisero di dare all’isola una nuova costituzione.
Il partito non compare sulle schede elettorali
Fra le caratteristiche del sistema elettorale cubano, vi è il fatto che i partiti politici non partecipano alle elezioni. “Vi sono persone che sono militanti del partito (Partito Comunista) e altre che non lo sono. Chi realmente propone, nomina ed elegge i candidati a tutti i livelli sono i quartieri popolari e in un secondo momento le assemblee municipali”, spiega Mayra.
Secondo i dati, il 63 per cento dei candidati a queste elezioni è di nuova nomina. Delle persone elette nella scorsa legislatura, solo il 30 per cento è stato ricandidato.
“La maggioranza sono nuovi compagni e nuove compagne, come parte di un normale processo di rinnovamento, il che sottolinea, soprattutto, la continuità della rivoluzione, la continuità del compromesso di cubane e cubani con il nostro progetto sociale”, commenta Mayra Álvarez.
I mandati sono revocabili
A Cuba qualunque cittadino che abbia il pieno godimento dei diritti elettorali può nominare un candidato o essere proposto come tale. Allo stesso modo, tutti hanno il diritto di presentare esposti o proteste riguardo lo svolgimento del processo elettorale.
Per risultare eletti occorre ricevere la maggioranza assoluta dei voti durante lo scrutinio pubblico, aperto alla partecipazione di tutti. Gli eletti non ricevono alcun beneficio monetario dall’esercizio delle loro funzioni, ma devono rendere conto periodicamente ai propri elettori, i quali possono revocare il loro mandato in qualsiasi momento.
A Cuba, i maggiori di 16 anni che non abbiano incapacità mentale o legale sono inclusi automaticamente nelle liste dei votanti, senza ricorrere a procedimenti macchinosi. La lista degli elettori è pubblica e soggetta al controllo popolare.
Il voto è segreto, diretto, ma non obbligatorio. A differenza dei paesi in cui i militari sorvegliano le urne, nell’isola caraibica questa sorveglianza è affidata agli studenti delle scuole primarie.
Da parte sua, il presidente dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare di Cuba, Ricardo Alarcón, ha assicurato questo sabato di non essere preoccupato degli attacchi da parte dei governi reazionari, né di quelli del presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, poiché questa domenica i cubani dimostreranno che la loro democrazia è molto più partecipativa e diretta di quella di molti altri paesi.
Intervistato in esclusiva all’Avana dall’inviata speciale di TeleSUR, Patricia Villegas, Alarcón ha toccato diversi aspetti del processo elettorale nell’isola e ha sottolineato la trasparenza, l’impegno civico e la partecipazione delle donne.
Ha anche parlato delle critiche mosse alla Rivoluzione Cubana, riguardo la presunta assenza di libertà democratiche, secondo quanto affermato da Bush nell’ottobre dello scorso anno, quando egli annunciò una serie di misure volte a inasprire il blocco commerciale e dichiarò in spagnolo ai cubani: “Cuba será pronto libre”.
“A Cuba sì che si vota liberamente”, ha detto Alarcón paragonando il sistema elettorale rappresentativo nordamericano con l’ampia partecipazione popolare che caratterizza le elezioni a Cuba, dove i delegati politici nascono direttamente all’interno delle comunità.
“Una maggioranza molto ampia di cittadini cubani va a votare con fiducia, seleziona alcuni dei candidati e la maggior parte, ne sono certo, vota per tutti i candidati in lista”, ha detto riferendosi al cosiddetto “voto unito”.
Alarcón ha affermato di essersi divertito molto vedendo il presidente Bush parlare in spagnolo per esortare i cubani ad avere “fede” nella “libertà”.
“Era davvero una festa sentire Bush che diceva: ‘Io mi rivolgo a questi cubani che ora mi stanno ascoltando, forse a rischio della propria vita’. Ti immagini lo sghignazzo collettivo di tutta Cuba quando ha visto questo signore esprimersi in modo così scollegato dalla realtà?”, ha detto Alarcón.
Fortunate differenze
Secondo Alarcón, il fatto che l’anno elettorale di Cuba coincida con quello degli Stati Uniti “è un’opportunità in più per paragonare e studiare un sistema tanto diverso e, ovviamente, tanto ammantato di ideali democratici come quello nordamericano”.
“L’anno elettorale (negli USA) è appena cominciato e già abbiamo visto diversi candidati, piuttosto conosciuti, che hanno dovuto interrompere il loro percorso per aver finito il denaro, per non essere riusciti a raccogliere i fondi necessari per proseguire una campagna elettorale così lunga e costosa”, ha spiegato.
Il presidente dell’Assemblea Nazionale cubana ha ripetuto la frase di John Kerry, ex senatore del Massachusetts ed ex candidato alla presidenza: “Bisogna lasciar votare la gente”.
“Il fatto è che (negli USA) vi sono ostacoli che impediscono alla gente di votare. E lui (Kerry) si è riferito a due esempi concreti: si è riferito a una legge appena varata nello stato dell’Indiana che istituisce nuove restrizioni per l’accesso alle urne”.
In Nevada i negri non votano
“Ma Kerry ha detto che esistono altre restrizioni a danno dei democratici”, insiste Alarcón: “Vi è una gran quantità di operai neri che in Nevada non potranno votare, e non lo dico io, lo dice Kerry”.
“Il Nevada è lo stato le cui principali industrie sono il turismo, il gioco d’azzardo, gli alberghi. Tutta la zona di Las Vegas. Ciò vuol dire che molti lavoratori degli alberghi e dei casinò, che dovranno lavorare durante questo fine settimana (quando si terranno le primarie di partito), non potranno votare, salvo facilitazioni che consentano loro di votare nei luoghi di lavoro.
Il Partito Democratico, per le sue elezioni primarie, aveva accettato di offrire anche a questi lavoratori la possibilità di votare. Fino al giorno in cui al sindacato dei lavoratori culinari americani non è venuto in mente di appoggiare la candidatura di Barack Obama”.
“Allora, molto semplicemente, li hanno privati del diritto di voto. Come? Non permettendo che si possa votare negli hotel e in nessuno di questi luoghi”. “Questo equivale ad eliminare il diritto di voto”.
“Insisto, tutti i cubani hanno realmente la possibilità e il diritto di votare”, ha concluso Alarcón. “Potremmo anche condividere (ciò che dice Kerry), purché garantiscano al popolo americano questo elementare diritto”.
(dal sito rebelion.org, traduzione di Gianluca Freda, Fonte)
venerdì 14 gennaio 2011
U.Galimberti: Democrazia e volontà di potenza
Podcast a cura di Radio Feltrinelli con il filosofo italiano Umberto Galimberti. Montaggio a cura di Alessandro Laterza.
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U.Galimberti: Condizione dei giovani
Podcast a cura di Radio Feltrinelli con il filosofo italiano Umberto Galimberti. Montaggio a cura di Alessandro Laterza.
sabato 27 novembre 2010
Intervista a Rafael Correa / RaiNews 2/2
Il giornalista Silvestro Montanaro intervista il Presidente dell'Ecuador Rafael Correa (RaiNews del 26-11-2010)
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